Venerdì, 07 Maggio 2021

Ragazzi bruciano, ma la colpa è loro

zingariDalì- Due ragazzi

Anche quando sono loro a morire.

I FATTI:

8 Marzo 2001:  in Nigeria 30 ragazze muoiono bruciate vive nel rogo del dormitorio della scuola femminile di Bwalbwang, diretta da una donna, e fondata da missionari occidentali decine di anni fa.  L’incendio , scoppiato per cause sconosciute, ha provocato così tante vittime perché porte e finestre erano sbarrate dall’esterno.

26 Marzo 2001: in Kenia 58 ragazzi muoioni bruciati vivi nel rogo del dormitorio della scuola maschile di Machalos, gestita dalla locale chiesa protestante. L’incendio, forse doloso, sarebbe stato appiccato da alcuni studenti  esclusi dai test di ammissione per le scuole superiori.  Le ragioni di tante vittime sono nel fatto che anche qui porte e finestre erano sbarrate dall’esterno e che gli studenti ospitati  erano  almeno il doppio di quelli che il dormitorio poteva contenere.

Due fatti del tutto simili, dunque. Vediamo però come li tratta Il Manifesto:

a) Al primo fatto dedica l’intera seconda pagina del 9 marzo, con due articoli a cura di Giuliana Sgrena e Carla Casalini  dal titolo, rispettivamente:  Il rogo, la festa e il diavolo, e I fuochi dell’ 8 marzo.
Una deprecabile carenza di misure di sicurezza  in un paese del terzo mondo?No, il motivo è altro, si voleva impedire che le ragazze uscissero per incontrare i ragazzi del collegio maschile.
“Il controllo della libertà, soprattutto della sessualità delle donne, sembra poter giustificare qualsiasi angheria: dall’infibulazione al velo, al burqa, fino allo sbarramento delle porte. . . . . . . . .L’oscurantismo più bieco non risparmia i governatori e gli uomini di governo.
Le etnie e le religioni musulmana e cristiana, in sanguinoso scontro, hanno tuttavia qualcosa che le unisce. Una visione li  accomuna, quella che vede la donna l’obbiettivo di ogni violenza e repressione”  L’articolo della Sgrena  prosegue con una analisi dei problemi  e dei contrasti  religiosi nigeriani da cui, a catena, discenderebbero tutte sopraffazioni contro le donne, fino appunto alla loro segregazione, causa di morte.
La Casalini  va anche oltre. Rievocando l’ origine della giornata delle donne , scrive: “L’incendio della fabbrica tessile di New York, testimonia, come ieri in Nigeria, della paura maschile per la libertà delle donne. Che più profondamente ci comunica la paura di libertà che in realtà gli uomini hanno per sé stessi, come oggi in occidente possiamo ben toccare con mano. . . . . 
Insomma sempre il fantasma della trasgressione femminile, meglio, dell’incontrollabilità.”
Ed ancora  “non è un caso se l’oleografia del brav’uomo di sinistra  (quanto disprezzo in quella definizione) che si batte contro la Lega, non prevede che si alzi il velo sui conflitti interni alle comunità straniere fra donne e uomini”.

b) Al secondo episodio il Manifesto dedica un articolo di poco meno di mezza pagina, all’interno del giornale, siglato M.D.C., dal titolo: Kenia, strage nel dormitorio,  incendio doloso nella scuola: in 58 muoiono carbonizzati.
E’ una anonima e circostanziata descrizione del fatto, segnata da distacco emotivo e senza alcun commento.
Si scrive delle porte sprangate, ma non si dice chi è perché lo aveva fatto.  Alla fine dell’articolo, quasi a bilanciare la notizia, si ricordano precedenti episodi che avevano visto morire studentesse, fra cui quello in Nigeria, non mancando di sottolineare per due volte  che “ le donne erano state chiuse a chiave per evitare che uscissero di notte . . “
Chissà perché i ragazzi  erano chiusi a chiave. Una deprecabile carenza di misure di sicurezza in un paese del terzo mondo?  Ma se la spiegazione banale non valeva per la Nigeria non può valere neanche per il Kenia. Allora ,  forse, da buoni oppressori,  per la paura di libertà che in realtà gli uomini hanno per sé stessi,  come scrive la Casalini. Viene da pensare che siano stati gli stessi ragazzi a rinchiudersi .
C’è modo e modo di fare sessismo e razzismo. Questo del Manifesto non spara a zero, è silenzioso, ma non meno pericoloso.
Attribuisce a due notizie uguali pesi ed importanza diversi. In un caso suscita partecipazione emotiva   attraverso la quale veicola , con collegamenti arbitrari,  la generale responsabilità maschile per qualunque tragedia colpisca le donne. Ogni pretesto è buono, evidentemente.  Nell’altro caso  si vola bassi,  notizia secca, senza dietrologie e sociologismi.  58 ragazzi morti non valgono, per questi campioni del giornalismo “ d’approfondimento”, altrettanto di 30 ragazze morte allo stesso modo, perché, all’evidenza, non ci si può costruire la solita campagna antimaschile.