Martedì, 18 Maggio 2021

Saggi di simbolica e comunicazione

Inquietudine e verità
Saggi di simbolica e comunicazione
di C. Bonvecchio

Giappichelli Editore; Torino, 2004

Dell’inquietudine dell’uomo contemporaneo raccontano i bollettini sanitari, e le cronache quotidiane, provenienti da ogni parte del mondo. Soprattutto una consistente porzione dell’umanità occidentale sembra gettata in un’angoscia esistenziale che non trova riposo alcuno, malgrado le molteplici dissimulazioni e i mascheramenti tipici del tramonto di una civilizzazione.

Il filo conduttore dei saggi raccolti in questo volume è precisamente l’intelligente, non intellettualistico, coraggio con cui l’Autore Claudio Bonvecchio affronta questo profondo e diffuso disagio, ponendolo in relazione con il suo misconosciuto e contrapposto polo: la Verità. Ed è innanzitutto seguendo le meditazioni di Agostino – il cui pensiero, per nulla inaccessibile, è di straordinaria attualità – che si sviluppano le feconde riflessioni del filosofo. Il Vescovo di Ippona, grande indagatore dell’anima umana, ha vissuto in un periodo storico per certi aspetti crepuscolare come il nostro (la fine dell’Impero romano), in cui però i semi di un glorioso rinnovamento della Civiltà erano già ben visibili. Una Civiltà che andava costruendosi attorno alla presenza di Dio, Padre della storia. L’inquietudine di Agostino, definita da Bonvecchio teologica, ha dinnanzi a sé Dio: persino nel vacillare della fede, nella difficoltà di realizzare il proprio posto nel mondo, nell’improba impresa di comprendere il Male, in qualche modo non discute la Sua presenza. E’ pertanto un’inquietudine che può risolversi finalmente nel riposo/abbandono, quand’anche si fosse persa di vista la meta (1). La moderna inquietudine – afferma l’Autore – è invece ontologica, è un’angoscia esistenziale che ha di fronte a sé il vuoto di una parola che non dice più nulla; un mal-essere che non può certo esser sedato dalle elusive distrazioni mediatiche, o incrementando i presidi medici.
Eppure il «vuoto angoscioso» in cui è precipitata l’umanità moderna, coinvolge quella stessa «struttura originaria dell’essere umano» in cui ha luogo, può aver luogo, la metamorfosi dell’inquietudine agostiniana in conoscenza della Verità. Ed è esattamente la piena consapevolezza della fondamentale “domanda di Verità” che può realizzare quell’oltrepassamento del tormento moderno in inquietudine teologica, il cui naturale destino è il «riposo in Te», di agostiniana memoria.
Domanda di Verità il cui luogo simbolico, come ricorda ripetutamente e molto opportunamente Bonvecchio, è il cuore (2) , centro della possibile conversione.
Naturalmente, affinché tale domanda produca i frutti sperati, non deve esser ipocrita o pilatesca (3). Il personale cammino conoscitivo può inoltre raggiungere gli esiti attesi (la cristiana salvezza, l’equilibrio, espressione di maggiore saggezza), soltanto se percorre quello stretto sentiero che scongiura i due grandi, opposti, pericoli: la troppo umana allucinazione di poter “possedere” la Verità, da una parte, e, dall’altra, la seduzione dell’eterna ricerca che condannerebbe «ad una specie di liturgia grottesca in cui l’altare [secondo Gregorio Magno, il cuore è l’Altare di Dio, nota mia] è sostituito da uno specchio che non fa che rinviare narcisisticamente il singolo ed il gruppo a se stessi» (4).

Se questa chiamata all’incontro con la Verità è propria dell’umanità di ogni tempo (5), non è tuttavia possibile ignorare il “mistero dell’iniquità dei tempi attuali” (Giovanni Paolo II), di cui una dimensione importante, nel mondo occidentale d’oggi, è certamente l’ambiente ostile alla confessione, all’introspezione spirituale, la mancanza di quel sostegno comunitario e “politico” all’itinerario di redenzione, cui Agostino stesso assegnava una decisiva rilevanza, malgrado tutte le successive (laiche ed ecclesiastiche) strumentalizzazioni del suo pensiero, ad opera del cosiddetto “agostinismo politico” (6).
Come chiarisce Bonvecchio, l’uomo della modernità (o post-modernità) si scontra con un potere che «ha occupato il posto dell’autorità, accreditandosi come soggetto e non più come semplice esecutore e, di conseguenza, imponendosi – surrettiziamente – come tale, ma temendo sempre la scoperta del “suo gioco”: temendo la verità» (7).
Dissolvendosi nella Società, la Comunità ha perduto la sua originaria funzione pedagogica, secondo un processo che avvalendosi del linguaggio psicologico potremmo senz’altro definire regressivo (8). L’essenziale (naturale) dimensione politica dell’essere umano ha dunque smarrito, rimosso, i suoi significati verticali (maschili), per adagiarsi su quelli orizzontali (femminili): la croce è spezzata, e con essa il paradigma (la Via) della pienezza e della totalità della vita.

In questo drammatico quadro in cui, per dirla con Bonvecchio, la “desolazione” dell’uomo e la “desolazione” della politica si specchiano l’un l’altra, fanciullesca appare l’idea di uscire dalla gabbia del nichilismo contemporaneo reclamando il primato e l’autonomia della politica (per esempio, rispetto ai poteri forti, economici e quant’altro) (9) . La dignità dell’azione politica, la sacralità del suo nucleo originario – il “politico”, è viceversa il dono della sua stessa insufficienza e, dunque, della sfida della trascendenza di cui si fa portatrice: «Quest’“insufficienza” si dà nel modo di una continua “presenza-assenza” anche sul piano fenomenologico […] : il potere nasce per ricomporre i conflitti, e inevitabilmente ne genera altri. E così anche la pace, la giustizia, lo Stato, ricercati per se stessi, in quanto legati alla dimensione umana, per se stessi generano la contraddizione, e producono guerra, prevaricazione, anarchia» (10) . Come suggerisce magistralmente Bonvecchio in chiusura del suo libro, allora, il rinnovamento del “politico”, e dell’uomo, viene a coincidere con la fine del governo della politica. Con la profonda comprensione di quella dinamica della “presenza-assenza”, propria del linguaggio simbolico, che istituisce la regalità dell’uomo, consentendo la piena realizzazione della sua intelligenza, e rifonda la Comunità, riconnettendo la dimensione politica dell’uomo al sacro (11).

Concludiamo con un’ultima osservazione. Se, nel caso dell’uomo moderno, la “domanda di Verità” si scontra con una Società ed un ordinamento statuale che nega alla radice la sua stessa, vitale, legittimità (preferendo vegetare crogiolandosi negli artifizi retorici piuttosto che nelle volgarizzazioni del “pensiero debole”), allora il profondo, non cerebrale, desiderio di conoscenza non può che concretizzarsi in un percorso di ribellione(12), in cui la memoria (13), a nostro giudizio, deve giocare un ruolo fondamentale. Memoria storica, e quindi capacità di riconoscersi nella propria Tradizione, e saperla nominare. Memoria profonda, antropologica, intesa come luogo del ricordo originario – primordiale, senza tempo – del Vero (14).

Paolo Marcon

(1) - «Ed è già qualcosa conoscere la meta, poiché molti neppure riescono a vedere dove debbono andare. Ora, affinché avessimo anche il mezzo per andare, è venuto di là colui al quale non si voleva andare. E che ha fatto? Ci ha procurato il legno con cui attraversare il mare. Nessuno, infatti, può attraversare il mare di questo secolo, se non è portato dalla croce di Cristo. Anche se uno ha gli occhi malati, può attaccarsi al legno della croce. E chi non riesce a vedere da lontano la meta del suo cammino, non abbandoni la croce, e la croce lo porterà» (Sant’Agostino, Commento al Vangelo di san Giovanni).


(2) - Cfr. R. Guénon, Il Cuore e la Caverna, in id., Simboli della Scienza sacra, trad. it., Adelphi, Milano, 2000, pagg. 185-188; A. Gentili, Le ragioni del corpo. I centri di energia vitale nell’esperienza cristiana, Ancora, Milano, 1999, pagg. 25-50


(3) - «“Dunque tu sei re?» gli chiese allora Pilato. Gesù rispose: “Tu l’hai detto, io son re. Per questo io sono nato, e per questo sono venuto nel mondo, a rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gli domandò Pilato: “che cos’è la verità?”» (Giovanni, 18; 37, 38). L’interrogativo di Pilato non vuole, non cerca la verità, è retorico. Infatti Pilato non attende la risposta, preferisce fuggire l’inquietudine (l’inquietudine della realtà, la realtà tout court), nell’illusione di potersi comodamente rifugiare nella deliberazione della folla riunita. A questo punto non è superfluo sottolineare che precisamente ispirandosi a questi drammatici momenti della vita di Gesù, Hans Kelsen, l’ideologo della democrazia relativistica e procedurale che elude il naturale desiderio di conoscenza dell’uomo, elesse Ponzio Pilato a suo campione. Su questo tema di capitale importanza cfr. J. Ratzinger, Cielo e Terra. Riflessioni su politica e fede, Piemme, Casale Monferrato, 1997, pagg. 56-58.


(4) - A. Scola, Il nostro progresso non consiste nel presumere di essere arrivati ma nel tendere continuamente alla meta, relazione tenuta in occasione del XXV Meeting per l’Amicizia dei Popoli, Rimini 27 agosto 2004.


(5) - Potrebbe dirsi connaturata a quell’istinto religioso che secondo C. G. Jung è radicato nella struttura della psiche umana.


(6) - Cfr. M. Manzin, La dottrina delle due città. Il sacro e il politico in Agostino e nell’agostinismo medievale, in AA.VV., Il Sacro e il politico, I Quaderni di Avallon, numero 5, aprile-luglio 1984, Edizioni Il Cerchio, Rimini, pagg. 67-90.


(7) - Esula da queste brevi note la possibilità di illustrare la differenza, fondamentale, fra autorità e potere, per la quale rimandiamo decisamente allo scritto di Bonvecchio. Qui basterà ricordare, come fa l’Autore, che tale differenza è il vero, grande tabù della moderna scienza della politica, rappresentando il suo approfondimento un’opera di scardinamento degli attuali ordinamenti statali secolarizzati. L’autorità rimanda infatti a quel principio d’ordine trascendente (attorno al quale, con maggiore o minore adesione ad esso, si sono fondate tutte le Civiltà tradizionali), che in-forma la sacralità del “politico”, il nucleo centrale, il cuore dell’azione politica, intesa nell’accezione di G. M. Chiodi, ossia come l’attività di «gerarchizzazione del simbolico».


(8) - Uno degli aspetti di questa regressione è indiscutibilmente la ricollettivizzazione del “piccolo Io” di cui parla Neumann (Cfr. E. Neumann, Storia delle origini della coscienza, trad. it., Astrolabio, Roma, 1978, pagg. 378-385), ma altresì l’assoluto ed inconscio bisogno di miti che contraddistingue il «teorema politico-giuridico illuminista». Su questo tema, dal lato giuridico cfr. P. Grossi, Mitologie giuridiche della modernità, Giuffrè Editore, Milano, 2001; dal lato politico, e sull’immediata orgia simbolica rivoluzionaria, cfr. invece C. Bonvecchio, Sangue e Aurora: ordine politico e ordine simbolico nella Rivoluzione Francese, in id., Immagine del politico. Saggi su simbolo e mito politico, Cedam, Padova, 1995, pagg. 88-131.


(9) - Alain de Benoist, con i circoli a lui vicini, ha il merito di chiarire onestamente, con il suo “paganesimo politico”, dove va a parare, finalmente, l’istanza dell’autonomia e dell’autosufficienza dell’agire politico. Peccato che il suo paganesimo, essendo espressione di una concettualizzazione del sacro sostanzialmente priva di un’autentica sensibilità simbolica, ha ben poco a che spartire con il piuttosto complesso (e variegato) mondo delle religiosità pre-cristiane. Semmai riproduce, in qualche modo, i lati più oscuri ed irrisolti del mondo pre-cristiano: il fatalismo e il (disperato) volontarismo. Tendenze, queste, che in quel processo regressivo di cui si è detto sopra, sembrano fortemente riemerse nell’epoca attuale, per esempio nel campo delle scienze manipolatorie della vita: «Abbiamo evocato il fatalismo che le attuali ricerche [genetiche, nota mia] inducono in modo quasi spontaneo nella mente delle persone. Ora, a questo fatalismo si aggiunge contraddittoriamente una specie di sogno volontaristico basato sull’idea (che è una folle speranza) che si potrebbe ordinare ai geni e addirittura (in un triviale senso commerciale) ordinare dei geni» (J. Testart, C. Godin, La vita in vendita. Biologia, Medicina, Bioetica e il potere del mercato, allegato a Il foglio, 23 ottobre 2004, pag. 6, ed in corso di pubblicazione per i tipi Lindau).


(10) - M. Manzin, La dottrina delle due città. Il sacro e il politico in Agostino e nell’agostinismo medievale, op. cit., pag. 84.


(11) - In riferimento al corpo politico, il pendant dell’avvicinamento personale alla Verità successivo alla trasformazione dell’inquietudine ontologica in inquietudine teologica, è il passaggio dal piano della sociologia politica a quello della teologia politica.


(12) - Qui la parola “ribellione” è utilizzata nel suo significato jüngeriano. Cfr. E. Jünger, Trattato del ribelle, trad. it., Adelphi, Milano, 1994. Questo cammino veritativo, oggi più che mai, può apparire faticoso, ma non va dimenticato che presenta anche un lato ludico, come testimoniano, fra l’altro, le lucidissime considerazioni di Bonvecchio sul carattere ri-creativo e re-integrativo della satira.


(13) - Sull’importanza della memoria nel percorso individuativo, cfr. C. Risé, Essere Uomini. La virilità in un mondo femminilizzato, Red Edizioni, Como, 2000, pagg. 65-72.


(14) - Secondo Antonio Gentili, «il termine “ri-cor-dare” può essere anagrammato in “ri-dare-[il]-cuore a Dio”, che ha su di esso un diritto nativo» (A. Gentili, Le ragioni del corpo. I centri di energia vitale nell’esperienza cristiana, op. cit., pag. 38).