Martedì, 18 Maggio 2021

Uccidere il padre

uccidere il padre

 Amélie Nothomb
Uccidere il padre
Roma, Voland, 2012, 91 pp.
Recensione a cura di Monica Blondi 

La paternità come scelta che prescinde i legami di sangue. In mancanza di quello vero, possiamo sceglierci un padre da cui veniamo a nostra volta scelti e creare con lui un legame stabile. È uno dei temi di questo romanzo breve ma denso di significato della giovane scrittrice belga Amélie Nothomb.
Reno, Nevada. Joe Whip ha quattordici anni quando la madre lo caccia di casa per compiacere il suo ultimo amante. Non sa chi sia suo padre e il suo unico interesse sono i giochi di prestigio. Così si trasferisce in un albergo economico e per mantenersi si esibisce la sera nei locali di Reno. A quindici anni (“è a quell’età che succedono le grandi cose della vita”), una notte si accorge di essere osservato da uno sconosciuto mentre si sta esercitando da solo al bar. L’uomo, dalle spalle larghe e dallo “sguardo che sembra venire da lontano”, incute soggezione. Si avvicina a Joe per dirgli che ha un vero talento per i giochi con le carte e che avrebbe bisogno di un maestro per diventare davvero grande. Così lo indirizza dal mago più famoso di Reno, Norman Terence.
Joe si presenta a casa di Norman e gli chiede di diventare il suo insegnante. All’inizio l’uomo è titubante ma alla fine, spinto anche dalla sua compagna Christina, accetta. In quell’imberbe quindicenne rivede se stesso, lo immagina esercitarsi da solo davanti allo specchio proprio come faceva lui alla sua età, giovane aspirante mago altrettanto “solitario e selvaggio”. E così Norman e Christina accolgono Joe nella loro casa offrendogli il calore di una famiglia.
Ben presto Norman si affeziona a Joe e inizia a trattarlo come un figlio. Dal canto suo, Joe si innamora di Christina, affascinante fire dancer dalla bellezza poco appariscente - tutto il contrario di sua madre Cassandra - iniziando a provare ostilità verso Norman. Ostilità che l’uomo percepisce e di cui va fiero, intuendone la portata edipica: ai suoi occhi questa è la prova che Joe lo considera un padre. Norman non si scompone neppure quando Joe inizia a corteggiare Christina inviandole ogni giorno enormi mazzi di fiori. Addirittura arriva a perdonarlo quando, in occasione del Burning Man, il ritrovo annuale degli artisti di strada che si teneva nel deserto, l’ormai maggiorenne Joe riesce ad avere Christina, complice lo sballo da LSD della ragazza. Norman prova ammirazione per lui e scopre di volergli bene: “Quando parto mi manca. Quando torno, mi dà sui nervi e mi esaspera. […] Ho paura per lui”. “Allora è tuo figlio”, conclude Christina. In effetti il loro rapporto assomiglia in tutto e per tutto a quello tra padre e figlio, caratterizzato dai classici conflitti generazionali: quando Norman cerca di catechizzarlo sui principi della vita o di metterlo in guardia sui suoi pericoli, Joe lo tratta con sufficienza rimproverandogli di parlare come un vecchio boy-scout.
Norman è una sorta di padre ideale. Pur essendo il mago più richiesto d’America, era umile e “comunicava una dignità straordinaria”. Anziché vivere a Las Vegas, la capitale della magia - dove sarebbe stato “costretto ad essere soltanto un mago”- , aveva scelto una residenza più defilata. Monogamo, dotato di buon senso e onesto, vuole fare di Joe un uomo per bene; per questo va su tutte le furie quando il ragazzo gli chiede di insegnargli a barare. Lui stesso non giocava mai a poker per non cadere in tentazione. Spiega a Joe che barare alle carte è pericoloso: nella migliore delle ipotesi si va in prigione e nella peggiore si finisce vittime della mafia.
Di ritorno dal Burning Man, Joe chiede a Norman di raccomandarlo al direttore del Bellagio, il più grande casinò di Las Vegas, dove viene assunto come croupier. Con le mance acquista un’auto che però non utilizza quasi mai per andare a trovare i suoi “genitori”; nonostante le promesse fatte, le visite si diradano sempre di più fino ad interrompersi bruscamente. Quando Joe viene arrestato con l’accusa di complicità in truffa al casinò, Norman, sconvolto dalla notizia, corre a Las Vegas. La sua testimonianza scagiona il ragazzo e il caso finisce con un non luogo a procedere. Tuttavia, per evitare di essere ucciso, Joe è costretto a restituire di tasca propria il denaro e a lasciare il casinò. Torna così ad esercitare la magia nei locali di Las Vegas, specializzandosi nel mentalismo. In poco tempo diventa ricco e famoso, con stuoli di donne che ogni sera gli si offrono.
Deciso a non arrendersi, e ossessionato dalla mancanza di Joe, Norman si reca a Las Vegas in cerca di spiegazioni. Il ragazzo lo riceve di malavoglia nel suo camerino dopo lo spettacolo. Norman vuole da lui una conferma, ha bisogno di sapere che Joe lo considera suo padre. In fondo ha cercato di rubargli Christina, lo ha tradito e disonorato uccidendolo socialmente di fronte al mondo della magia per aver addestrato un baro. Con voce rotta dalla commozione, Norman gli confessa che questa paternità acquisita “ è uno dei regali più immensi che abbia mai ricevuto”. Ma Joe, non senza una certa crudeltà, gli rivela che in realtà l’unico uomo che lui abbia mai considerato come un padre è lo sconosciuto incontrato cinque anni prima in un bar di Reno, che poi è lo stesso belga che ha sbancato il casinò. All’epoca l’uomo, notando il suo talento per le carte, gli aveva strappato una promessa: il giorno del suo ventesimo compleanno si sarebbero incontrati nella sala principale del Bellagio, dove Joe sarebbe stato croupier grazie agli insegnamenti e alla raccomandazione di Norman. Lì gli avrebbe servito tre mani vincenti a poker, facendogli vincere quattro milioni di dollari. In cambio Joe ne avrebbe ottenuti quarantamila come mancia. Joe confessa a Norman di aver accettato la proposta del belga pensando tra sé: “Quell’uomo mi ha scelto. Sono l’eletto di una truffa monumentale. Se mi stima fino a quel punto, significa che mi considera suo figlio” (p. 85). Quando Norman obietta che in fondo lui stesso era stato truffato visto che aveva ricavato solo una misera mancia, Joe replica di non averlo fatto per i soldi: “Avevo quindici anni. Nessun uomo mi aveva mai scelto come figlio. Ne avevo un bisogno mostruoso. […] Ha fatto il necessario al momento opportuno. Mi ha fondato”. (pp. 87-88) Infine, Norman gli fa notare che anche lui lo aveva scelto, ma Joe gli dimostra di aver operato una sottile ma importante distinzione: “[…] lui mi aveva scelto. Tu ti eri limitato ad accettare la mia proposta”. (p. 86)
Joe assomiglia a quei figli che disprezzano il padre, fanno di tutto per ferirlo e gli preferiscono il bullo di turno, quasi sempre votato all’illegalità. Norman, dal canto suo, avrebbe potuto avere dei figli da Christina, ma dalle sue parole comprendiamo che i due non stanno più insieme. La sua unica ossessione è ormai quella di essere riconosciuto da Joe. Per questo, come il belga prima di lui, gli fa una promessa: quella di seguirlo ovunque e di non abbandonarlo mai. Le sue parole, in finale di romanzo, esprimono tutto il dolore del padre ferito: “I figli che non vengono riconosciuti dal padre ne soffrono. Ma esiste una sofferenza più grande: quello di un padre che non viene riconosciuto dal proprio figlio”. (p. 91)