Martedì, 18 Maggio 2021

Padre e figlio

impastato

 

Giuseppe Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978, con il padre.

 

di Giuseppe Sermonti

Il padre (il discorso vale a maggior ragione per la madre) è chi genera, nutre, guida e governa il figlio. Questa antica definizione ha trovato sostegno nelle conoscenze genetiche e etologiche dei tempi moderni. Il padre contribuisce con il suo DNA al patrimonio genetico del figlio, cui dona il 50 % dei suoi geni. La prole umana inetta deve apprendere dai lui come camminare, parlare, agire. Questa visione sancirebbe una completa dipendenza del figlio dal padre.

Io non ritengo che le conoscenze genetico-etologiche debbano costituire un riferimento alla definizione di un rapporto morale e spirituale. Il padre è esistito prima della conoscenza dello spermatozoo, del DNA e dell’imprinting, ed anzi, dopo queste conoscenze, ha semmai perso di credito. Tuttavia le conoscenze biologiche servono come metafore. Basti pensare ai bestiari medioevali, in cui le qualità umane sono state riferite ai diversi animali. Quei bestiari sono stati per secoli, se non per millenni, breviari di etica.

Le metafore genetiche sono però, nella vulgata, adottate con approssimazione e inesattezza, ed è quindi opportuno precisare le vere connessioni genetiche tra genitori e figli, prima di trarne qualche deduzione. Il padre (come la madre) condivide con il figlio il 50% del DNA (cioè, dei geni), ma non glielo “dona”. Secondo la “teoria della linea germinale”, formulata da August Weismann alla fine dell’800, padre e figlio sono ambedue derivati da una linea cellulare, che percorre le generazioni senza prendere mai forma, salvo nei suoi prodotti laterali che si fanno uomini. In questa rappresentazione la filiazione è illusoria. Padre e figlio sono fratelli, uniti da una linea neutrale, indenne dal tempo, che non segnala una precedenza e una posteriorità. Lo studio del DNA (o dei cromosomi) del padre e del figlio permette di riconoscerli come tali, ma non consente di stabilire chi è l’uno e chi l‘altro. La discendenza non ha storia. Il tempo che vede crescere e invecchiare gli uomini, non riguarda la loro generazione.

Un legame neutrale collega anche le cellule dell’embrione in sviluppo. Nessun organo è derivato dall’altro, neppure da se stesso, ma tutti sono formati a partire da linee indifferenziate, le cosiddette “cellule staminali” (stem cells), che gemmano continuamente cellule differenziate di diversi organi o tessuti. Una rappresentazione simile è proposta da Pierre-Paul Grassé per l’origine dei taxa. Egli paragona la linea che collega le specie ad un rizoma sotterraneo, come uno stolone di fragola, da cui spuntino, di volta in volta, qua e là, rosette di foglie. Lo stesso modello è applicato da G. De Santillana e H. van Dechend per le varie versioni di un mito (la storia di Amleto) in giro per il mondo. Esse non derivano l’una dall’altra, ma da un pensiero diffuso, inespresso e fecondo. Gli autori usano la metafora botanica: “… la vita originaria del pensiero si aprì una strada nel buio, diramò nelle profondità le sue radici e i suoi viticci, fino a quando la pianta vivente non uscì alla luce sotto cieli diversi. A mezzo mondo di distanza, fu possibile scoprire un uguale viaggio della mente.”

Geneticamente, padre e figlio sono fratelli, l’uno spuntato prima, l’uno dopo, ma non l’uno dall’altro. Rispose Gibran Kahil Gibran, a una donna che portava un bambino al seno e le chiese di parlarle dei figli:

“I vostri figli non sono i vostri figli.

Sono i figli e le figlie della fame di vivere della vita.

Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,

Benché siano con voi, essi non vi appartengono.

Sono allora l’allevamento e l’istruzione a stabilire una derivazione e una dipendenza dei figli dai genitori? Certamente il rapporto tra genitore e figlio non è simmetrico, ma anch’esso non è unidirezionale. Quando il neonato fa il suo ingresso al mondo, egli violenta, squarcia la madre. La puerpera nutre, riscalda, protegge il piccolo, ma è il piccolo che governa e impiega la madre, stabilisce i ritmi della loro vita comune, pretende, protesta, impone, espande i suoi gridi e i suoi profumi, issa le sue bandiere (i pannolini di un tempo) sulla casa.

Poi viene l’apprendimento, e qui non sembra possano esservi dubbi che l’istruzione vada dai genitori verso i figli. I piccini imparano a star dritti, a adoperare le manine, a camminare, a parlare e via e via, e verrebbero su bambini-lupi se non fossero allevati da uomini. Gli adulti insegnano ai bambini a farsi grandi ed adulti. Al più presto, oggi, li spediscono alle scuole, dove incontrano le istituzioni, sulla cui autorità non c’è da dubitare.

E’ su questi punti che io ho le mie riserve più serie. Non vi è dubbio che i piccoli imparino tante cose dagli adulti della generazione che li ha generati (tante ne apprendono anche dai fratelli maggiori). Non si apprezza però a sufficienza quanto gli adulti apprendano dai bambini. La gioia di vivere, lo stupore, l’immaginazione, la libertà dal tempo, la tenerezza, l’incanto, sono tutte cose che l’adulto ha visto dissolvere in sé e che egli ricostituisce, come può, imitando il bambino. Cristo ha insegnato a essere come i bambini (e come gli uccelli del cielo), e questo vuol dire andare a scuola da loro, farsi istruire dalla loro piccolezza. Sono più le cose, dimenticate, che il padre reimpara dal figlio che quelle che il figlio apprende dall’esempio e dalle lezioni del padre.

Ma allora, qual è la funzione del padre? Mi sembra che, finito storicamente il ruolo di insegnare al figlio la caccia e la cultura dei campi, la funzione paterna si esplichi fondamentalmente nella posizione che il padre occupa nella struttura della famiglia. Il ruolo del padre, nella trama orizzontale e ctonia della relazione genetica, è quello di levarsi verso l’alto, di guardare al cielo, di stabilire e promuovere la direzione verticale. E’ un ruolo che non gli deriva dalla biologia, ma dal rapporto col trascendente. Ha scritto il genetista Jim Watson: “Il nostro destino non è nelle stelle, ma nei nostri geni.” La funzione del padre è, invece, nell’evitare il governo dei geni e nel condurre quel cammino verticale che solleva l’uomo verso l’altitudine, verso Dio. Come scrive Claudio Risé, “La figura paterna porta nella vita dell’uomo una direzione, realizzata attraverso la rinuncia al caos, alla dismisura, al male. Quest’azione lega indissolubilmente la relazione col padre all’esperienza spirituale, l’uscita da una dimensione esclusivamente orizzontale, dominata dalla materia”. Il rapporto con il padre è la relazione verticale con Dio, con Dio-Padre. Il padre non deve trattenere nel nido e curare suo figlio, deve insegnargli a volare, come fa la rondine, e a migrare.

A quale titolo, mi chiedo a questo punto, la genetica deduce, dalla sua trama orizzontale, una funzione per il padre? Essa attribuisce al padre una precedenza genetica rispetto al figlio sulla base di una visione evoluzionista della generazione. Tra il padre e il figlio c’è spazio per la “mutazione”, che non è un fenomeno direzionale (è, semmai, degenerativo), ma assume un’enfasi progressista in quanto componente di quella dualità (mutazione-selezione) che condurrebbe l’evoluzione. La mutazione è identificata con il cambiamento, e il cambiamento con la “vita”, appunto definita “generazione con modificazione”. In virtù di questa identificazione, il padre dà vita, quindi “genera” il figlio. Per la stessa logica, il figlio marca però un punto di superiorità rispetto al proprio padre, che è meno “evoluto” e quindi più retrivo di lui. Tutto ciò in conseguenza di una impropria visione evolutiva della generazione, che tuttavia tiene solidamente il campo. E’ evidente che in questo quadro la figura paterna è destinata a dissolversi. L’ultima risorsa modernista che possa dargli titolo di “generatore” della sua progenie è la cosiddetta “ingegneria genetica”, cioè l’intervento deliberato sul genoma del concepito, che lo “migliori” secondo la scelta del genitore biologico. La funzione del padre non viene tecnicamente assolta dal “donatore” del DNA, ma affidata all’ingegnere genetico o allo Stato. Difficilmente si intravede quale rispetto il figlio manipolato possa avere nei riguardi del padre “committente”, che lo ha, quanto meno, assegnandogli una caratteristica (e il sesso), privato d’un grado di libertà.

La storia non finisce qui. Abbiamo detto che, confrontando i DNA di un padre e di suo figlio, non è possibile stabilire quale è il DNA padre e quale il DNA figlio. Parimenti, confrontando la fotografia del padre e quella del figlio (preferibilmente nudi) prese alla stessa età, non è possibile assegnare loro i ruoli. Questo insegna la genetica. In merito alle foto, ci dobbiamo tuttavia subito ricredere. Da quando la fotografia è stata inventata, il padre si distingue dal figlio coetaneo perché questi, di regola, è più alto (in media - a vent’anni - di quattro centimetri). Il “piccolo” è il papà, per non parlare del nonno. Francamente dobbiamo ammettere che non sappiamo il perché di questa faccenda, ma che possiamo escludere che ciò avvenga, in maniera rilevante, in rapporto al cambiamento storico del tenore di vita. Il prolungamento (e il ritardo) dello sviluppo somatico, che si verifica da oltre un secolo nella nostra specie, accompagnato dall’anticipo della maturità sessuale (neotenìa), produce la condizione che è stata chiamata dei “genitori-bambini”. Di per sé, questa condizione non ha nulla di innaturale, anzi avvicina i genitori ai figli. Situata tuttavia in una società che rifiuta la dimensione trascendente della generazione, l’immaturità del padre contribuisce allo smarrimento del suo ruolo. Non educato alla proiezione verticale della persona, il figlio tende a mantenere l’appartenenza alla famiglia biologica, rifugiandosi nella figura del figlio permanente, attaccato al nido e alla famiglia, che anch’essa subisce il contraccolpo del prolungamento della propria funzione.

I nostri figli non ci appartengono, come imporrebbe un malinteso legame genetico-evolutivo. Essi ci sono stati affidati, in virtù d’una somiglianza, perché li aiutiamo a percorrere la via verso la loro autonomia, che scorra accanto alla nostra, e si sviluppi verso il riconoscimento di una filiazione universale e atemporale. Il padre biologico deve insegnare al figlio che non è lui il suo creatore e proprietario, ma un altro Padre. Egli avrà svolto al meglio il suo ruolo paterno giocando, ancor giovane, col figlio e poi affidandolo, per tempo, a se stesso e al Padre di tutti. Il figlio non deve attardarsi nella sua vita biologica. Predica Cristo (Matteo, 26, 36-39

“…e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.

Chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me

Chi avrà trovato la sua vita la perderà

E chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà.”