Martedì, 18 Maggio 2021

L’Altro è sempre senza invito

di Cesare

A parte le più che naturali e ragionevoli esigenze di tutela dei diritti di sicurezza dei cittadini, le manifestazioni di violenza, verbale e non, contro il popolo dei Rom o dello Straniero in senso lato, clandestino o no che sia, nulla hanno a che fare con la sicurezza, sacrosanta richiesta di una popolazione civile e laboriosa capace di darsi leggi efficaci per gestire i fenomeni migratori. Al contrario, hanno a che fare semplicemente con lo scatenarsi irrazionale di sentimenti distruttivi in primo luogo per chi li prova. Le accuse ai Rom, ai clandestini, quando pretendono di essere connotazione esclusiva di una categoria, la Storia insegna, sono accuse che di volta in volta vengono attribuite e sono state attribuite a tutti i gruppi sociali o etnici o culturali o politici che appaiono o sono apparsi non omologati e non omologabili . Le accuse nascono più che altro dal fatto che costoro incarnano una alterità.
Ma chi rappresenta l’alterità occupa uno spazio a mio avviso sacro; lo spazio definito dal termine che, proprio perché sacro, mi sembra giusto iniziare con una lettera maiuscola: lo spazio dell’Altro. E quando mai l’Altro ha avuto più di una stalla o di un garage come casa.

Ma chi più del Selvatico è l’Altro? E che cosa più della Vita è l’Altro? L’Altro, la Vita ci inquieta sempre, ci fa soffrire sempre, e per questo cerchiamo sempre di tenerla fuori del nostro cuore. Ma è l’unica garanzia che abbiamo per non morire. Per costringere il nostro cuore a vivere con pienezza. Un conto è la saggezza che sa accogliere e gestire l’alterità esercitando la vitale responsabilità paterna che sa condurre al bene e al giusto il torrente tumultuoso e spesso fangoso dell’esperienza e un conto il rifiuto espresso con la violenza e la demonizzazione. Il Selvatico è sempre e comunque lo Straniero, l’Altro. E non è forse proprio x questo che il nostro cuore è un po’ ammalato e un po’ pieno di nostalgia finchè non trova la via che gli consente di accoglierlo? e proprio noi, noi maschi selvatici, siamo i primi a guardare con rispetto, consapevole comprensione e disponibilità a questi estranei così poco rassicuranti.

[21 maggio 2008]