Venerdì, 07 Maggio 2021

L’estate maschile 2009

tra le Pari Opportunità, Umberto Veronesi e Marina Corradi: gli uomini? L’importante è bastonarli.

 

L’estate 2009 è trascorsa per gli uomini a suon di bastonate: non importa la provenienza dei colpi, basta che i maschi li ricevano in silenzio. E proprio per rompere questo silenzio abbiamo deciso di dire pubblicamente cosa ne pensiamo, anche perché spesso chi parla degli uomini non li conosce affatto e parla per sé (o di sé), in genere con l’imboccata di strabismi ideologici che hanno fatto il loro tempo.

Il primo colpo è arrivato dalla campagna contro lo stalking, promossa dal Ministero delle Pari Opportunità: si tratta, beninteso, di una campagna giusta e sacrosanta che però dimentica una variabile: e se fosse il maschio la vittima? Basta vedere lo spot televisivo o le immagini di questa campagna diffuse dai quotidiani per capire subito una cosa: la vittima è senz’altro donna, il molestatore è senz’altro uomo. Certamente le statistiche sono subito lì a dimostrare che le richieste di aiuto sono in gran parte femminili, ma in questi casi la metodologia di ricerca può fare la differenza: siamo sicuri che gli strumenti utilizzati diano/abbiano dato voce anche agli uomini? E poi: un uomo disturbato da una donna, a casa o sul lavoro, chiamerebbe un numero verde? La possibilità che anche gli uomini siano vittime di violenza è però reale tanto da essere oggetto di studio in alcuni Paesi europei: all’Università di Bristol ad esempio è in svolgimento un progetto di ricerca per raccogliere testimonianze di uomini che subiscono/hanno subito violenze da parte di donne (e non è detto che la violenza fisica sia la più devastante): secondo le statistiche disponibili un uomo su cinque è vittima di violenza domestica e ogni tre settimane due uomini vengono uccisi dalla partner. Sarebbe quindi interessante, ed equilibrato dal punto di vista della ricerca scientifica, raccogliere testimonianze maschili anche in Italia affinché si diano interventi capaci di tutelare la dignità e la salute psicofisica di tutti i cittadini.

Il secondo colpo è arrivato da Umberto Veronesi che in un articolo su Repubblica (La conquista della Ru486 e la forza delle donne, 10 agosto 2009) dapprima denigra il maschio, un mostro omicida o suicida che “non sa e non può liberare la propria aggressività” tanto da rivolgerla inesorabilmente contro gli altri o sé stesso, e poi ne sottolinea l’inferiorità biologica (poiché “l’attività procreativa è femminile”) e di pensiero (tanto da dichiararsi “estimatore profondo” del pensiero femminile, ma in modo poco credibile dato che in questo articolo è solo lui che parla e spazio per la voce vera delle donne non ce n’è). Non solo: Veronesi ipotizza e celebra qui un “futuro prevalentemente al femminile” in cui si potrà fare a meno dapprima del maschio (grazie alla banca del seme che a quanto pare potrà sostituire la bellezza della relazione tra un uomo e una donna) e poi della figura paterna (grazie alla clonazione cui la donna potrà ricorrere per clonare se stessa). Strane considerazioni in un’epoca in cui invece si moltiplicano ricerche, conferenze e pubblicazioni che sottolineano l’importanza del padre, accanto alla madre, nello sviluppo affettivo, emotivo e cognitivo dei figli. E si noti che mentre in Italia si dichiara l’inutilità della figura paterna, in Inghilterra il Governo ha chiesto ai suoi Dipartimenti di stilare una approfondita ricerca sui benefici della paternità e i costi umani e sociali della sua assenza, intuendone la valenza politica… anche a fini elettorali (si veda Costs and Benefits of Active Fatherhood ).

Un ultimo colpo è arrivato ai maschi da Marina Corradi che su Avvenire risponde subito all’articolo di Veronesi (Il radioso mondo nuovo del prof. Veronesi. Un pianeta di amazzoni con il cervello da uomo, 11 agosto 2009). Se da un lato condividiamo con stima quanto la giornalista afferma circa l’esperienza della maternità e della femminilità (bellissime le parole: “Scritta nei geni, nel corpo, perfino in quel ritmo che ogni mese scandisce il tempo dell’età feconda, come una domanda: vuoi che un altro viva?”), sentiamo la necessità di chiedere maggiore precisione rispetto ad alcuni punti: secondo Marina Corradi la proposta di Veronesi sarebbe “esempio di delirio di onnipotenza maschile”: il mondo auspicato dal noto oncologo sarebbe un “pianeta di amazzoni con il cervello da uomo”, comandato da “donne con un cervello assolutamente maschile”, donne “produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini”. Il primo punto su cui polemizziamo riguarda il citato “delirio di onnipotenza” che, se c’è, non è delirio maschile tout court ma delirio del sédicente “medico delle donne” che propone nei suoi articoli un mondo dominato dall’aborto in pillola, dalla clonazione, dalla scomparsa della paternità e in definitiva della stessa maternità (che Veronesi riduce a “necessità biologica di procreare e accudire” i figli). Che questo delirio non sia maschile lo dimostra il fatto che chi scrive qui, rappresentando il movimento degli uomini e dei padri in Italia, si dichiara assolutamente estraneo e in netto disaccordo con quanto proposto da Veronesi stesso: in questi anni il nostro impegno, che ha saputo produrre reali cambiamenti culturali e di sensibilità in Italia, è stato sempre in favore della vita (sostenendo il Documento per il Padre che sottolinea la necessità culturale di un maggior riconoscimento del padre o, in gran parte, la Lista per la Moratoria sull’aborto) e in favore di una presenza sempre più attenta e responsabile della figura paterna accanto a quella materna per il bene dei figli (tra le iniziative: il Rito della benedizione dei figli chiesta dai padri che si sta diffondendo in tutta la Penisola). Il secondo punto su cui polemizziamo con Marina Corradi riguarda la sua affermazione secondo cui le donne sono chiamate ad essere “produttive, efficienti, competitive. Concrete, e senza rimpianti. Dei veri uomini”. Come dire che produttività, efficienza, competitività, concretezza e assenza di rimpianti sono caratteristiche di norma maschili. Siamo sicuri che sia davvero così o questo modo di vedere la realtà maschile è uno stereotipo che si trascina stancamente da decenni sulle pagine dei giornali? È infatti molto più probabile che queste caratteristiche non siano “maschili” ma siano richieste imposte dal modello socioeconomico imperante (il cui stile, basato sulla soddisfazione dei bisogni, è per la verità più materno che paterno), modello al quale del resto molti uomini stanno dicendo no, magari per ritagliare più tempo da vivere con la propria famiglia. Affermare poi che gli uomini non hanno rimpianti è davvero la dimostrazione di quanto poco conosca gli uomini chi ne scrive, a danno dei lettori dei giornali privati della realtà nella sua autenticità fenomenologica...

Continuano così, mentre finisce l’estate, le bastonate ai maschi. Senza che, a dir la verità, nessuno di chi ne parla a gran voce sui media si sia premurato di chiedere: “maschio, ma tu chi sei davvero, cosa ne pensi della vita, cosa desideri per il futuro e per gli altri?”.

I Maschi Selvatici

 

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Gentili amici del sito, vi propongo, come un nuovo triste segnale del lesionismo culturale di certi "grandi" uomini, questo commento di Umberto Veronesi, La conquista della Ru486 e la forza delle donne tratto da Repubblica — 10 agosto 2009, in prima pagina. L'intero articolo appare la solita sequela di banalità e generalizzazioni, spesso offensive ma sempre buone per strappare l'applauso di una folla stolida. Affermazioni gratuite (Sono diventato un estimatore profondo del pensiero femminile, per molti aspetti superiore a quello maschile) e contraddizioni (sono per la soluzione massimalista: le donne al pari dell'uomo, senza mezze misure; la donna è avvantaggiata dal punto di vista biologico perché l'attività procreativa è femminile). Approssimazioni e falsità (il 90% degli omicidi sono di mano maschile, ma la grande maggioranza delle vittime sono donne), svarioni storico-culturali (Quando si scatena il caos è la donna che riporta l'ordine), contraddizioni sociologiche (in una società del futuro, con regole evolute di convivenza civile l'aggressività maschile, necessaria alle origini per procurare sostegno alla famiglia, sarà sempre più di peso e di impaccio; dobbiamo risolvere alla radice la questione del doppio carico che pesa sulle loro spalle) e persino scientifiche (un futuro prevalentemente al femminile, come già avviene in natura in altre comunità). Colpisce in particolare la focalizzazione sul tema della procreazione, l'unico argomento di fatto dell'intervento, paradossale poi se si considera che la RU486 è un “soppressore” di procreazione. La capacità procreativa femminile, la base della superiorità biologica delle donne. Che però hanno bisogno della scienza (maschile?) per poter affermare, in futuro non lontano, la loro onnipotenza (Se poi in futuro si arrivasse alla clonazione, la superiorità femminile sarà ancora più evidente: la donna può clonare se stessa e l'uomo no). Capacità procreativa che però è un limite all’affermazione delle donne stesse. Che quindi avranno bisogno dell'aiuto società (dobbiamo risolvere alla radice la questione del doppio carico che pesa sulle loro spalle). Aiuto che consentirà loro di scegliere, da sole, in totale indipendenza e in modo, ovviamente, razionale (come è psicologicamente tipico della femminilità), determinando il loro futuro e quello dell’intera umanità (ormai solo femminile). Ci è stata risparmiata, almeno per ora, ogni previsione sulle possibili scelte finali. Salvo concludere che Natura e cultura ci indicano con coerenza che la donna è la protagonista della prossima era. È paradossale pensare che queste affermazioni si riferiscono ovviamente alla società occidentale, nella quale la natalità (naturale o assistita che sia) è sempre decrescente. All’Italia, dove una quota crescente di donne sceglie di non avere mai prole. Sottolineo l'assenza di ogni riferimento civile, etico e storico-culturale, in particolare quando si ipotizza che le "magnifiche sorti e progressive", sono il portato inevitabile delle conquiste di una scienza che dovrebbe ridurre l’umanità alla sola "femminilità". Offrendo alla donna la completa auto-referenza, rispetto a ogni legge, sia umana e storica, sia naturale e biologica (di leggi divine non parliamo nemmeno). Vagheggiando l'inevitabile (e necessaria) "soluzione finale" per il genere maschile ma al contempo il conseguimento di una potenziale “eternità” per gli individui femminili, attraverso la clonazione umana.

La capacità procreativa da dono naturale, quindi, diviene potere assoluto di vita e di morte, da poter esplicare a piacimento nelle forme più varie (aborto, RU486, inseminazione artificale, clonazione), anche contro la società o una sua parte (il 50% degli esseri, i "non-donne"), sulla base di quello che sembra un preciso piano ideologico dell’autore. Sembra una deriva mentale psicotica, un puro delirio di onnipotenza di una società che si basi sulla procreazione divenuta riproduzione di esseri "copie" e concessa solo agli individui di sesso femminile (ovviamente benestanti). Nell’immaginare una società simile, mi torna in mente un bel film di fanta-futurologia, “Zardoz”.
Una ristretta società di immortali, tecnologicamente avanzatissima ma priva di ogni etica, formata dai ricchi e dai potenti dell'epoca precedente. Separata dalla moltitudine che costituisce la quasi totalità dell’umanità, lasciata in condizioni miserabili e sfruttata orribilmente. Una moltitudine che alla fine, però, distruggerà i suoi oppressori. Sarà questo l’esito della storia umana, della ragione e della fede, della lotta per l’emancipazione, delle costituzioni e del diritto, dei principi di eguaglianza, formale e sostanziale, di solidarietà civile e sociale? Non lo credo affatto ma davvero non comprendo le ragioni che hanno spinto uno scienziato di fama a formulare ipotesi che rasentano l'eugenetica "sessista". Spiace ancor più che una testata autorevole e civilmente impegnata come "Repubblica" abbiaospitato un simile commento. Siamo del resto abituati all'accettazione di "maniera" (a sinistra ma anche altrove) di qualsiasi possibile opinione anti-maschile e pseudo-femminista, per quanto sia estranea alla cultura democratica e legalitaria della (parte migliore della) storia occidentale. Questo articolo potrebbe delineare però un salto di qualità della polemica anti-maschile, vista la provenienza del suo estensore. Paradossalmente anche la RU486 è il risultato prevalente, se non esclusivo, del lavoro di scienziati uomini e del modello (maschile? anti-femminile?) vigente in certi ambiti della ricerca scientifico-tecnologica (i "servizi di procreazione e soppressione"). E di questo sistema l’autore è indubbiamente parte integrante e integrata. Un sistema, si desume, utilissimo per il raggiungimento degli scopi che l’autore pone come guida per il futuro di una futura umanità (finalmente) senza uomini. Un sistema tuttavia che, della vera Scienza di Galilei e di Newton, di Darwin e di Einstein, ha adottato solo i metodi ma non le finalità ultime: la verità e il progresso umano e civile. Non lo sono invece il puro profitto, per una ricerca medica che sembra assecondare più le spinte individualiste ed a-etiche dei ricchi che lo sforzo per lottare i grandi mali dei "poveri" del pianeta. Nemmeno lo sono il sostegno, ideologico e concreto, alla lotta di tutti contro tutti, in nome dell’individualismo sfrenato. Come la barbarie di un "alto medio-evo tecnologico" privo di qualsiasi principio etico, i cui strumenti (procreativi) sono nelle mani esclusive di alcuni (i “dotati” biologicamente). Per il quale la conoscenza scientifica ha per fine la conquista di ogni potere, naturale e sociale, e la sottomissione di "devianti", "inferiori" e "fastidiosi". Tra questi, secondo l’autore, gli uomini. È, questo articolo, puro delirio ideologico? O forse quel programma di affermazione non scritto che in realtà potrebbe già esserlo? In ogni caso, che tutto questo provenga da un (presunto?) luminare della cultura nazionale è davvero preoccupante.

Un cordialissimo saluto Rosolino

[26 agosto 2009]