Martedì, 18 Maggio 2021

Risposta di ASSOCIAZIONE NONDASOLA O.N.L.U.S.

ASSOCIAZIONE NONDASOLA O.N.L.U.S.
Via Spani, 12/a
42100 Reggio Emilia

Gent.mo Signor
Massimiliano Fiorin

Oggetto: commento al Suo scritto

Dopo lo strazio per la strage del Tribunale di Reggio E., che ha richiesto un alto tributo di sangue, ho letto il suo scritto.
Vorrei segnalarLe intanto alcune imprecisioni:
- la prima vittima non è stato il cognato ma l’avvocata Giovanna Fava che è miracolosamente scampata alla morte, poi la moglie e da ultimo il cognato che figurava come testimone a favore del marito;
- Lei riferisce: “Pare che la madre avesse tentato di prelevare la figlia a scuola senza avvisare nessuno”. Al contrario è stato avvisato tempestivamente il Servizio Sociale e l’avvocato difensore del marito.
- Lei sembra mettere in dubbio una nostra affermazione: “Chi non è un buon marito non può essere un buon padre”. Si tratta di intendersi ma noi pensiamo che un marito che maltratta la moglie e la picchia (e dunque si rende autore di violenza e di sopraffazione) spesso davanti ai figli, non veicoli buoni valori educativi.
- Altra Sua affermazione: “che il contesto in cui è maturata la separazione fosse estremamente ostile alle ragioni maschili” ci pare perlomeno un po’ azzardato. E’ vero semmai il contrario perché, nel caso specifico, il giudice aveva affidato la domiciliazione delle figlie al padre violento.
- Lei cita che noi “solerti operatrici della Casa delle Donne allontaniamo dal Centro i mariti violenti. E’ vero. Ai mariti che vogliono forzosamente riportarsi la moglie a casa noi indichiamo altri luoghi in cui incontrarla e pensiamo che il riportarla a casa vada perlomeno concordato con la moglie. Davvero non appartiene all’Associazione Nondasola la logica oltranzista e tenacemente divorzista che Lei vuole attribuirci.
Non induciamo mai la moglie a separarsi dal marito o a denunciarlo se lei non lo vuole perché la crediamo capace di giudizio e capace di scegliere per sé la strada più giusta per lei e le avvocate del nostro Centro concordano pienamente con questa posizione.
Alcune donne dopo averci chiesto sostegno hanno deciso di ritornare col partner violento perché hanno ritenuto possibile un suo cambiamento. Che in alcuni casi si è avverato.
Che una donna possa reintegrarsi in un contesto familiare che la liberi dalla violenza, le riconosca dignità di persona ed autonomia, ci rende, mi creda, felici per lei e per i suoi figli, che non siano più costretti a subire le conseguenze di violenze assistite.
Basterebbe poi leggere la ricca letteratura scientifica sulle terribili conseguenze provocate nei figli e figlie costretti a vivere in contesti violenti per capire le dichiarazioni “spariglianti” rilasciate dalla figlia maggiore.
Troviamo indecente dal punto di vista morale e deontologico che i mass media abbiano voluto intervistare una figlia che aveva assistito all’assassinio in diretta della madre, dello zio e all’uccisione del padre. E’ una ben triste società la nostra dove si insiste e si assiste ad una spettacolarizzazione di ogni emozione, trauma e tragedia e dove non c’è rispetto per nessuno, nemmeno per i minori.
- ultima annotazione: che la mia associazione abbia preparato “l’immancabile fiaccolata di solidarietà per la nuova vittima di violenza maschile” non capisco come possa sorprenderLa. Noi stiamo dalla parte delle vittime di violenza e che la violenza contro le donne sia esercitata in stragrande maggioranza dai maschi e si consumi soprattutto in ambito familiare non lo confermano femministe inveterate ed esaltate (come noi) ma dati ISTAT, ONU, OMS e ricerche non sospette di “veterofemminismo”.
Abbiamo voluto ricordare Vjosa perché a Vjosa abbiamo voluto bene e abbiamo tenacemente sperato che lei non pagasse con la vita una scelta di libertà dalla violenza.
Se un dolore ci portiamo dentro e in particolare delle operatrici che l’hanno sostenuta e che hanno fatto scudo col loro corpo per proteggere la piccola da pallottole assassine, è quello di aver sperato possibile che non accadesse davvero quello che Vjosa ci ha ripetuto costantemente e cioè che il marito l’avrebbe uccisa o fatta uccidere.
Morta Vjosa è nostra preoccupazione assillante che le sue figlie possano trovare aiuti e sostegni competenti per ridurre i danni dell’orrore cui hanno assistito. E vorremmo davvero che riuscissero a crescere in contesti che leniscano ferite e sottratte a violenze e rancori.
Desidereremmo che nella loro vita di donne adulte, nelle loro relazioni amorose non si trovassero mai nella necessità di chiedere aiuto ad un Centro Antiviolenza.

Per l’Associazione Nondasola – Lucia Gardinazzi

[18 dicembre 2007]