Sabato, 23 Ottobre 2021

Francesco, la ferita e il segreto

A cura di F. Gringeri

Allorché dimorava nel romitorio che dal nome del luogo è chiamato “Verna”, due anni prima della sua morte, ebbe da Dio una visione. Gli apparve un uomo, in forma di Serafino, con le ali, librato sopra di lui, con le mani distese e i piedi uniti, confitto ad una croce. Due ali si prolungavano sopra il capo, due si dispiegavano per volare e due coprivano tutto il corpo.

A quella apparizione il beato servo dell'Altissimo si sentì ripieno di una ammirazione infinita, ma non riusciva a capirne il significato. Era invaso anche da viva gioia e sovrabbondante allegrezza per lo sguardo bellissimo e dolce col quale il Serafino lo guardava, di una bellezza inimmaginabile; ma era contemporaneamente atterrito nel vederlo confitto in croce nell'acerbo dolore della passione. Si alzò, per così dire, triste e lieto, poiché gaudio e amarezza si alternavano nel suo spirito. Cercava con ardore di scoprire il senso della visione, e per questo il suo spirito era tutto agitato. Mentre era in questo stato di preoccupazione e di totale incertezza, ecco: nelle sue mani e nei piedi cominciarono a comparire gli stessi segni dei chiodi che aveva appena visto in quel misterioso uomo crocifisso. Le sue mani e i piedi apparvero trafitti nel centro da chiodi, le cui teste erano visibili nel palmo delle mani e nel dorso dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Quei segni poi erano rotondi nella parte interna delle mani, e allungati nell'esterna, e formavano quasi un'escrescenza carnosa, come fossa punta dei chiodi ripiegata e ribattuta. Così pure nei piedi erano impressi i segni dei chiodi sporgenti rispetto al resto della carne. Anche il lato destro era trafitto come da un colpo di lancia, con ampia cicatrice, e spesso sanguinava, bagnando di quel sacro sangue la tonaca e le mutande.
Ben pochi ebbero la fortuna di vedere la sacra ferita del costato del servo del Signore stimmatizzato mentre egli era in vita. Ma fortunato frate Elia che, ancor vivente il Santo, meritò di scorgerla almeno; e non meno fortunato frate Rufino che la potè toccare con le proprie mani. Mentre una volta gli praticava una frizione sul petto, la mano gli scivolò, come spesso capita, sul lato destro, e così toccò quella preziosa cicatrice. Francesco ne sentì grande dolore e allontanò la mano, gridando che Dio lo perdonasse. Infatti con ogni cura teneva nascosto il prodigio agli estranei, ma anche agli amici e ai confratelli, tanto che non ne seppero nulla per lungo tempo perfino i suoi seguaci più intimi e devoti. Questo fedelissimo discepolo del Signore, pur vedendosi ornato con tali meravigliosi segni e coperto dì gloria e onore più d'ogni altro uomo, non se ne gonfiò in cuor suo, né mai cerco di vantarsene con alcuno per desiderio di gloria vana; al contrario, temendo sempre che la stima degli uomini gli potesse rubare la grazia divina, si industriava il più possibile di tenerla celata agli occhi di tutti.[1]
Il miracolo delle stigmate nel Poverello di Assisi richiama la trasmissione della ferita dal Padre al Figlio e attraverso Lui a tutti i suoi figli.[2] Il segno del Padre che marchia e differenzia[3] viene avvertito, addirittura materializzato nelle carni, oltre che nello spirito, da colui che, spogliatosi di tutto, permette alla Grazia di invaderlo, alla benevola disponibilità di Dio[4] di riempirlo. Quel figlio di Dio riceve e fa suo l'insegnamento paterno e lo porta su di sé con la benedizione della Ferita perché si riacutizzi e rimanga ardentemente viva la consapevolezza della relazione con il Padre[5]. Le stigmate si presentano nelle mani come simbolo delle Opere del Padre e di quelle che l'Uomo, creatore e trasformatore della materia, può fare a nome Suo. Si presentano nei piedi, relazione e legame con la Madre Terra, da una parte, e con il senso di realtà, dall'altra, e si presentano nel fianco destro, vale a dire nel fegato, simbolo della perenne forza rigeneratrice e del coraggio, e nelle reni, simbolo di volontà e di resistenza.
Ma queste stigmate, questa divina ferita paterna, devono restare segrete, e non è tanto per modestia e per umiltà, di cui per altro certo Francesco non difetta. Il segreto è essenziale per la ricerca interiore che nulla ha a che fare con l'ufficialità e, peggio, la pubblicità[6].
Francesco, uomo selvatico, santo e puro, è quanto mai lontano dal primo Francesco, dall'uomo di mondo, dal “puer”, solo atteggiamento esteriore, superficiale, “orizzontale”, tanto lontano da quella “verticalità”, contrassegno del mondo degli uomini, che tende allo spirito, al cielo, senza staccare mai i piedi da terra.[7] Francesco, mantenendo il segreto di quella ferita, che gli dà “gaudio e amarezza”, e “sempre temendo che la stima degli uomini gli potesse rubare la grazia divina”, gli consentono di avvicinarsi al suo destino, al Sé, a Dio Padre e di trasformarsi in un aspetto del destino degli altri.[8]


[1] Tommaso da Celano, Vita prima di San Francesco d'Assisi, 1228, p. 94-95 in San Francesco, a cura di Remigio Allegri, Breviari Bombiani, Bologna, 2002, p. 54-56

[2] Si noti che anche l'”uomo” con le ali, il Serafino, apparso al Santo, si presenta crocifisso, con gli stessi segni nelle mani e nei piedi.

[3] Claudio Risé, Il padre, l'assente inaccettabile, Edizioni San Paolo, 2003, p. 14

[4] Claudio Risé, Il Puer nella esperienza cristiana: Gesù, Francesco, Parsifal, in Klaros, Anno 3, n.2, dicembre 1990, Ed. Il Sedicesimo, Firenze, p. 187-218

[5] Risé C., Il padre, op.cit, p. 15. Da notarsi, inoltre, che solo pochi “fortunati” hanno il privilegio di scorgere o addirittura di toccare quelle stigmate: di nuovo solo in relazione, in sintonia con il padre si può avvertire la ferita in maniera più o meno profonda.

[6] Claudio Risé, Essere uomini, red edizioni, Como, 200, p. 105

[7] ibidem

[8] ibidem

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