Sabato, 23 Ottobre 2021

Spingendo la notte più in là

Storia della mia famiglia e di altre vittime del terrorismo
di Mario Calabresi

Mondadori, Milano 2007

Recensione a cura di Paolo Ferliga 

Un libro vero e importante, scritto da una vittima del terrorismo, Mario Calabresi a cui venne ucciso il padre Luigi, mercoledì mattina, poco dopo le 9, il 17 maggio 1972.
Luigi Calabresi aveva allora trentaquattro anni ed era arrivato a Milano alla fine del 1966 entrando a far parte, con la laurea in legge, dell’ufficio politico della polizia. Dopo la strage di Piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, aveva partecipato alle indagini, nel corso delle quali era morto, precipitando dalla finestra del suo ufficio, l’anarchico Giuseppe Pinelli. Da allora, per il Commissario Calabresi, uno dei dirigenti più giovani della squadra politica, non c’era più stata pace. Una campagna di stampa particolarmente violenta, in cui si distinse il quotidiano Lotta Continua, lo indicò come l’assassino di Pinelli. La magistratura non fece in tempo a dimostrare la sua completa innocenza, gli assassini arrivarono prima: due colpi di pistola sparati alle spalle, mentre apriva la portiera della Cinquecento blu di sua moglie.
In quella primavera il figlio Mario aveva poco più di due anni, ma due ricordi di quei giorni, si sono impressi nella sua memoria: “…il primo è di domenica 14 maggio, ed è indefinito, è il ricordo di una sensazione bellissima, ed è l’unica cosa tangibile e reale che ho di mio padre.” Quella domenica il papà lo aveva portato con sé, sulle sue spalle, a sentire la banda degli alpini. Mario era attratto dalla luce dorata di un trombone e il padre, intuendo il suo desiderio lo accompagna a toccarlo. Scavalca delle transenne e supera la linea immaginaria che nessuno osava passare. A Mario sembra di aver compiuto, col padre, un’impresa coraggiosissima. La paura della folla svanisce e al suo posto nasce una sensazione di forza e di pienezza. E’ questa l’eredità del padre che lo sosterrà nei momenti difficili della vita e gli permetterà di reggere l’altro, terribile ricordo: “…il secondo è della mattina di mercoledì 17 maggio, quando lo hanno ucciso: è netto, dettagliato, preciso.” Mario racconta il dolore terribile di sua madre, quando le portarono la notizia, e di come lui, aggrappato alla gonna di lei, girasse in un vortice disperato sentendosi perduto.
Lo stile del libro però, non è segnato dalla disperazione, ma piuttosto dalla forza d’animo: è come se Mario Calabresi fosse riuscito a trasformare il dolore in un progetto che dà senso alla sua vita, orientata a cercare verità e giustizia, per sé ma anche per gli altri. Non c’è traccia in lui di rancore o rabbia, mai. Fin da quando, ancora liceale, marinava la scuola per conoscere la storia di suo padre e, leggendo i quotidiani della Biblioteca Sormani, scopriva l’accusa terribile che gli era rivolta: l’assassinio dell’anarchico Pinelli. Mario verrà poi a sapere che invece, tra suo padre e Pinelli correva un sentimento di stima reciproca. Stavano su due sponde opposte, ma si guardavano con interesse e rispetto. Non c’è rancore nemmeno quando racconta di una manifestazione per la strage di Piazza Fontana in cui sente gridare slogan contro suo padre, morto ormai da quindici anni. E’ la madre, Gemma Capra, donna forte e di una fede profonda, che ha insegnato ai figli a non nutrire rancore, a perseguire la verità senza cedere a sentimenti di odio o di vendetta.
La vicenda familiare e umana si intreccia nel racconto in modo indissolubile con quella politica, che spazia dall’assassinio di Calabresi a quello delle altre vittime del terrorismo prevalentemente rosso, ma anche nero e mafioso: il poliziotto Antonio Custra, il giornalista Walter Tobagi, l’economista Ezio Tarantelli, i giudici Vittorio Occorsio e Emilio Alessandrini, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il professore Vittorio Bachelet, l’operaio Guido Rossa, il medico Luigi Marangoni, Aldo Moro, fino ai consulenti del Ministero del lavoro Massimo D’Antona e Marco Biagi, in un elenco sempre destinato a rimanere parziale…e delle vittime dello stragismo fascista, da piazza Fontana a Piazza della Loggia. Attraverso il suo dolore Calabresi dà voce anche al dolore degli altri. Molto bella la testimonianza di Manlio Milani che parla con tenerezza e affetto di Giorgio, figlio di Alberto e Clementina Trebeschi, morti nella strage di Piazza della Loggia insieme alla moglie Livia Bottardi.
Un libro che aiuta a ricostruire il passato e che attraverso la memoria personale e collettiva indica una strada per dare un senso e una speranza al presente.

[7 febbraio 2008]