Venerdì, 17 Settembre 2021

La ricerca della felicità

di Gabriele Muccino
Usa 2006
con Will Smith, Jaden Smith, Thandie Newton

a cura di A. Ermini 

Chris Gardner (Will Smith) è un piazzista di apparecchi elettromedicali in grave difficoltà economica. Abbandonato dalla moglie, sfrattato da casa, si trova a lottare con tutte le sue risorse per uscire dalla precarietà e dare un futuro a se stesso e soprattutto al figlioletto (Jaden, suo figlio anche nella realtà), che ha voluto tenere a tutti i costi quando la moglie se ne è andata. Alla fine ci riuscirà, emergendo da una folla di emarginati e reietti come anch’egli era divenuto. E’ la storia di un uomo che non si perde d’animo, che continua ad essere padre tenero e forte anche nelle difficoltà, e che proprio dalla presenza del bimbo, e dalle responsabilità che volontariamente si è assunto nei suoi confronti, trae la tenacia e la speranza necessarie per non lasciarsi andare. Il sogno americano dell’individuo che lotta contro tutto e tutti pur di realizzare il proprio progetto personale, e nel quale molti commentatori hanno individuato il contenuto principale del film, ne è piuttosto lo sfondo e il pretesto narrativo. E poco conta il tipo di governo, tanto quel sogno è radicato nell’immaginario collettivo statunitense, nel bene e nel male. Troppo bene lo sa chi, per criticare il film, non ha trovato di meglio che tacciarlo di reganismo, argomento tanto screditante per una parte consistente dell’opinione pubblica, quanto inconsistente nel caso specifico (Aspesi su La Repubblica, Silvestri su Il Manifesto, Crespi su L’Unità).
Da dove nasce allora quel fastidio che affiora senza mai essere esplicitato a fondo, ad esempio negli accenni ad un supposto “maschilismo” od al “sogno patriarcale” che sarebbero presenti nel film?
Dal fatto che prende le mosse e acquista senso dal rovesciamento di alcuni cliché cari alla cultura dominante.
- che il maschio che cerca il successo personale, anche economico, sia necessariamente arido nei sentimenti.
- che sono sempre i padri, incapaci di vero affetto, ad abbandonare i figli.
- che l’amore femminile sia puro e disinteressato per definizione.

Il fatto è che “La ricerca della felicità” racconta una storia vera, e di fronte alla realtà è difficile sostenere verità ideologiche contrarie.
Ma anche se fosse un racconto di fantasia, troppi uomini sanno che pur volendo con tutte le loro forze vivere coi propri figli, ne sono in realtà allontanati brutalmente; e troppi maschi constatano con amarezza quanto sia facile essere abbandonati da mogli, compagne, fidanzate, non appena vengono meno le “fortune” economiche in nome dell’amor contabile, come lo definisce con felice espressione Rino Della Vecchia in “Questa metà della terra” (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)
Non si può raccontare loro che non è così, e poiché è davvero difficile che queste verità siano rappresentato sugli schermi cinematografici, ecco il malcelato fastidio, ecco il tentativo dissimulato di screditare il film parlando d’altro, deviando l’attenzione.
Buon segno che invece raccolga tanto consenso di pubblico. Significa che la voglia di padre è viva, nonostante tutto. E chissà che anche questo bel film non contribuisca a far capire ai governanti e all’opinione pubblica che il padre è indispensabile, e che quindi la società intera si deve far carico in positivo del problema, se non altro bloccando tutte quelle politiche che lo discriminano.

[19 gennaio 2007]