Venerdì, 03 Dicembre 2021

Il sogno inconfessabile

Stefania Giorgi, sul Manifesto dell’ 8 marzo, dedica una intera pagina allo stretto rapporto, dice lei, che esisterebbe fra militarismo e rigurgito di ideologia patriarcale tornati a marciare in sincrono, con un parallelismo che si evidenzierebbe nel controllo della riproduzione, in rotta aperta con la libertà femminile.

Una tesi, quella per parallelismo, che non ci interessa commentare in questa sede, così come il solito ritornello che le donne coinvolte nella guerra come parte attiva sarebbero arruolate come truppe cammellate dal patriarcato, prone all’ordine simbolico maschile, quasi sempre, naturalmente, per necessità. Non ci preme neanche sottolineare che non risulta per nulla chiara la posizione della scrittrice rispetto alle biotecnologie, stretta fra la tentazione di assumerle come opportunità di libertà femminile e la paura che il loro esito finale sia l’espropriazione del potere delle donne sulla procreazione. Capita spesso, a quel giornale, di usare un linguaggio, diciamo così, poco intelleggibile.
E’ molto chiaro invece, seppure incredibilmente contraddittorio, come si intendono le funzioni materne e paterne, il rapporto fra i sessi nella procreazione, il significato che si attribuisce al concetto di libertà femminile. Non sono novità assolute, le tesi contenute nel pezzo, ma servono a fare luce sul vero motivo per cui si considera ogni limite in materia di procreazione, assistita o meno, come inaccettabile intromissione nel libero arbitrio delle donne.
Anche molti sostenitori dei referendum sulla legge 40, sono convinto, storceranno il naso rispetto alle cose scritte da Stefania Giorgi, eppure costoro, che si presentano semplicemente come i paladini del progresso della scienza e della laicità, dovrebbero riflettere sul senso di quanto stanno facendo e sui compagni (sulle compagne) di viaggio che si sono scelte. Leggiamo così che i maschi che parlano in tema di procreazione,

“Vi abitano tutti con l’imperio arrogante di una presunta parità e perfetta simmetria tra uomini e donne, padri e madri, che nega il primato femminile nella procreazione. Con il tentativo conseguente, reale e simbolico insieme, di mettere sotto sequestro il corpo femminile, la sua sessualità da controllare, la sua potenza generativa da imbrigliare”

“i misogini del patriarcato che si puntella con le armi, cercano conforto nei patriarchi dei monoteismi, nei profeti guerrieri di un dio [minuscolo nel testo] padre vendicativo e distruttore per profumare il loro livore contro le donne, la loro paura delle donne.”

“Non possono che far scempio del concetto di vita e dipingere la donna come la nemica della vita. Scempio della responsabilità e della competenza femminile in materia di vita collaudata nei secoli”.

“Tra corpi cose fatti a pezzi e frammentati dalla tecnologia e richiami assillanti alla sacralità della vita, l’abuso osceno del concetto di vita, sfoderato contro le donne..”


Solo per le donne, dunque, sarebbe legittimo discutere e decidere cosa è la vita. Perché, con tanti saluti alla parità invocata con fervore in altre circostanze, in tema di vita e di procreazione la supremazia femminile sarebbe inscritta nella stessa biologia. Una bazzecola. Ci avevano sempre detto che fondare l’identità femminile sul dato biologico della maternità era un trucco patriarcale per tenere le donne fuori dal potere sociale; ora invece la biologia serve per dimostrarne la superiorità. Ma, si sa, il ragionamento femminile è circolare, una raffinatezza rispetto al rozzo principio maschile di non contraddizione. Andando avanti scopriamo ora che

“le domande cruciali sulle biotecnologie sbandierano un “tutto è possibile” che esaspera l’antica invidia maschile della potenzialità generativa femminile e ingigantisce l’incubo della sua autosufficienza. Risvegliano l’arcaico sentimento proprietario dell’uomo sulla propria donna e sulla propria prole. Certezza genetica, paternità di sangue, orrore per il fantasma dell’altro che torna oggi in forma di rigetto isterico dell’inseminazione eterologa”

Il legame di sangue, la certezza genetica, sono dunque concetti arcaici, primordiali, che il progresso della cultura e della libertà dovrebbe superare. Per tutti? Non esattamente, perché dopo un attimo scopriamo che

“Torna l’antico conflitto tra donne e uomini sul generare. Con gli uomini (e le donne arruolate nel loro ordine simbolico) pronti ad armarsi del feto, farlo diventare bambino e impugnarlo per combattere, alla pari, con l’autodeterminazione femminile. Feto contro madre, cancellando una verità inoppugnabile: il feto è la madre, e può diventare da progetto di vita a bambino solo con il suo consenso”

La paternità di sangue è orrenda, la maternità di sangue (anzi l’identità del feto con la madre) è invece una inoppugnabile, e quindi giusta, verità. Ancora una volta uno stesso concetto usato in maniera opposta secondo convenienza. O forse, in questo caso, secondo la convinzione alla base di tutto il ragionamento: la riproduzione della specie è cosa di donne e di madri, libere di regolarla secondo il loro esclusivo desiderio. I maschi si adeguino. Ed infatti ogni limite sociale, condiviso o meno, diventa semplicemente violenza:

“Fa paura, e getta ombre inquietanti sui referendum che ci attende in materia di procreazione assistita, che si risponda a una tale violenza sulle donne per legge di stato trincerandosi dietro la laicità. Laici versus integralisti, progresso scientifico versus oscurantismo, e non impugnando con forza l’unico principio etico possibile: la scelta nelle mani di una donna."

Ecco dunque svelato il vero obbiettivo. La completa libertà e signoria femminile sulla vita ( e quindi sulla morte). Come delirio di onnipotenza non c’è male davvero. Esiste però un tarlo, un dubbio

“,,, l’antico sogno maschile, che ora la bioscenza rende un possibile traguardo, della completa riproduzione artificiale. Traguardo terribile che lascia sgomenti…”

Invece il sogno femminile di procreare senza l’apporto del seme maschile, quello è legittimo. Anzi, con l’inseminazione da sperma di donatore anonimo si è già in parte realizzato, rendendo il principio maschile una pura astrazione dal punto di vista psichico, una noiosa, contingente, necessità. Ma va bene così, dal momento che maschio e padre sono inutili.
Per finire, citando un passo del libro di M.L. Boccia e Grazia Zuffa, si paventano i pericoli della possibile futura “scomparsa” della madre (di quella già in atto del padre la Giorgi non si preoccupa per i motivi già detti)

“Scomparsa la madre, risolto quel malaugurato passaggio nel corpo femminile, viene reciso il tramite non solo fisico, tra la singolarità che nasce e quella che genera. Viene recisa l’origine umana, non meramente biologica che fin qui nascere da donna assicura.”

Questa volta è vero. Ma è troppo ricordare che sono proprio coloro che rifiutano le tecniche di fecondazione artificiale, i fautori del patriarcato violento ed oppressivo secondo la visione della Giorgi, ad opporsi con più coerenza a quelle folli ipotesi di baipassare il corpo materno? La stessa coerenza che usano quando si oppongono, per le stesse ragioni, alla soppressione del padre e del principio maschile nella procreazione prima e nell’educazione dei figli poi. E’ una coerenza che muove dall’amore per la vita, dalla convinzione che ogni essere umano deve avere uguale dignità, e dall’altrettanto forte convincimento che i principi si cui si fonda una Comunità devono essere condivisi ed elaborati in comune fra uomini e donne, proprio perché non credono nella supremazia di un genere rispetto all’altro ma alla loro complementarietà, biologica e psichica.
Esattamente il contrario di quello che pensano la sig.a Giorgi e le sue compagne, come Barbara Pollastrini, che lo stesso giorno conclude un suo articolo su L’UNITA’, scrivendo che “dove le donne stanno bene, stanno bene tutti”. Con ciò sottintendendo che non è vero il contrario, ossia che il bene generale coincide col bene del genere femminile, elevato a nuovo salvatore dell’umanità per le sue doti di superiorità morale. Matriarcato e ginecocrazia, ecco il sogno incoffessato, con tanti saluti alle chiacchere sull’uguaglianza.

Armando Ermini

[14 marzo 2005]