Sabato, 23 Ottobre 2021

Orrorismo

Su Il Manifesto del 9/06/2007 Ida Dominijanni commenta le tesi sostenute nell’ultimo libro di Adriana Cavarero sul salto di paradigma della violenza nel mondo moderno, per la quale l’autrice inventa il neologismo “Orrorismo” (che è anche il titolo del libro), a significare il salto dell’obbiettivo dalla morte al massacro del nemico, e dalla sua sconfitta alla sua disumanizzazione attraverso lo sfiguramento del corpo…

Se la distinzione fra guerra convenzionale degli Stati e terrorismo era già in crisi per il carattere statuale di tutti i regimi del terrore a partire da quello giacobino, se già negli anni ’60 del secolo scorso Carl Schmitt aveva registrato il mutamento con l’irrompere sulla scena del combattente irregolare, il Partigiano, la percezione dell’insufficienza delle categorie della tradizione politica moderna nel definire i nuovi caratteri della violenza, è apparsa chiara dopo l’11 settembre.
Lo è ancor di più oggi, di fronte alla normalità delle stragi di civili nelle “guerre regolari” e all’azione planetaria del terrorismo. E se le guerre regolari hanno il primato della “macelleria”, al terrorismo, scrive Dominijanni, spetta il triste primato di due innovazioni che segnano la differenza col passato: l’uso del corpo suicida per uccidere altri corpi e l’individuazione dell’obbiettivo in chiunque, ovunque e in qualsiasi momento.
Da qui la necessità di spostare il punto di vista dal criterio del guerriero a quello della vittima inerme, che a sua volta comporta l’abbandono della logica mezzi/fini come bussola di valutazione politica della violenza e dei suoi effetti.
Criterio che implica la rilettura del presente e dei suoi dispositivi di dominio incentrata su un ripensamento dell’umano in cui la vulnerabilità e l’interdipendenza di ciascuno/a all’altro (alla sua violenza ma anche alla cura) siano perni centrali.
Scrive Dominijanni che questa riflessione filosofica non a caso è femminile, anche se l’intenzione dichiarata è il rifiuto di qualsiasi buonismo e di qualsivoglia visione salvifica del femminile, che …….viene al contrario interrogato nelle sue maschere orrifiche più sintomatiche: dalle figure mitiche di Medusa e di Medea a quelle contemporanee delle suicide bombers cecene e palestinesi e delle torturatrici di Abu Ghraib. Nessuna delle quali va interpretata come eccezione dalla “retta via” del femminile che mette al mondo, cura e accudisce, bensì come il suo inquietante rovescio: perché è proprio quando l’orrore assume un volto femminile che la deriva verso la messa a morte e la disumanizzazione arriva la suo limite estremo.
Per una volta ci sono risparmiati i frusti luoghi comuni della donna vittima inerme e del maschio violento oppressore, ed è già un passo in avanti importante per un’analisi che si proponga di cercare verità non ideologiche e preconfezionate. Tuttavia la critica non affonda il colpo e si ferma all’enunciazione di alcune premesse senza vederne le implicazioni.

Il ricorso a il criterio dell’inerme pone intanto un dato di contraddizione enorme al mondo moderno e progressista in genere, ed in particolare a quello femminile.
Chi, infatti, è più inerme, vulnerabile e dipendente del bambino nel corpo materno, e come si concilia il criterio dell’inerme col diritto alla soppressione di colui che lo è per definizione?
La politica dell’orrore non riguarda mai solo l’altro: dal volto dell’altro, implacabilmente ci guarda e ci interpella, scrive la Dominijanni sul finire dell’articolo. Ma le parole femminili contro la violenza sono inconciliabili con il disconoscimento della dignità di persona al più debole per eccellenza, il bambino non ancora nato. Ancor meno con la teorizzazione del diritto di disporre della sua vita e morte. Altre volte è accaduto nella storia, pensiamo allo schiavismo, e sempre, per “legalizzare” questo diritto, si è dovuti ricorrere all’espediente di negare l’umanità dell’inerme. Ed è dalla rottura di questo argine, psicologico prima ancora che fisico, che sono diventati pensabili anche i più innaturali progetti eugenetici.

Con evidenti riferimenti a Foucault, Dominijianni scrive del processo di astrazione/ neutralizzazione/ disciplinamento del corpo singolare che corre lungo tutta la storia dell’Occidente, a cui lo stesso sembra ora ribellarsi ri-presentandosi, nella società globale, alternativamente nella forma di corpo/arma o di corpo umiliato, ossia nelle sue forme estreme da cui torna ad interrogare la politica. Viene da chiedersi però se esista maggiore astrazione e neutralizzazione di quella prodotta e promossa dalle tecniche genetiche, dalla procreazione artificiale che elimina la necessità del sesso, dalla soppressione degli embrioni imperfetti o dalla loro manipolazione in nome di un concetto astratto di salute e dignità della vita, fino allo stravolgimento di processi naturali tramite la pillola che inibisce le mestruazioni o l’avveniristica scoperta annunciata da Lord Watson sul prolungamento dell’età fertile.
Eppure il maggior appoggio alla “scienza” come fattore di liberazione umana, in primis delle donne, viene dagli stessi ambienti che della riscoperta del corpo fecero, almeno all’inizio, un cavallo di battaglia. La memoria è labile, evidentemente.

Se la distruzione del corpo è al centro del nuovo orrore, non si può non ricordare quanto scriveva nel 2005 Umberto Galimberti (http://www.maschiselvatici.it/accadeoggi/tortura.htm) . Per Galimberti, mentre il linguaggio naturale del maschile è la storia (ossia la cultura), il linguaggio immediato della donna, il suo elemento naturale è il corpo. Ed è perché conoscono il corpo che le donne sanno torturare “meglio” degli uomini, e il loro potere si gioca sull’impotenza dei corpi, perché “ il piacere non è la morte ma il disfacimento di quella cosa che solo la donna sa fare e disfare: il corpo”.

C’è un nesso, dunque, fra il nuovo paradigma della violenza e l’inconsueto protagonismo femminile nell’esercitarla. Non nel senso che il protagonismo femminile ne è la causa, ma in quello che la trasformazione della violenza ha creato le condizioni perché si potesse affermare nei modi che gli sono propri.
Colpisce il salto temporale nelle raffigurazioni delle maschere femminili orrifiche. Dai miti si passa direttamente ai nostri giorni. E in mezzo?
In mezzo era la Legge del padre, che ha cercato di dar forma, e quindi di governare e contenere la violenza latente dell’umanità mediante l’elaborazione di codici di comportamento il cui presupposto è il riconoscimento dell’umanità dell’altro, anche del nemico. Tentativo mai approdato a esiti definitivi, d’accordo, sempre soggetto a regredire nel caos della violenza senza volto, come ci ricordano Caverari e Dominijanni parlando delle origini terroristiche degli Stati (e dovrebbe farle riflettere l’accenno che loro stesse fanno al giacobinismo, fenomeno coevo all’illuminismo e al formarsi degli stati nazionali moderni). Eppure, la Legge del padre ha consentito di non cadere nelle barbarie moderne neppure nelle circostanze più terribili e sanguinose.

Vale la pena, per consentirci di capire il senso dell’affermazione precedente, raccontare un episodio, fra mille, tratto da “La grande guerra 1915/18” di Walther Schaumann (Ghedina & Bassotti editori).
Inverno 1917/18 sull’Altipiano dei sette comuni (Asiago), zona di combattimenti fra i più sanguinosi e lunghi di tutta la guerra. Si fronteggiano in trincee distanti non più di 20/30 metri con in mezzo cavalli di frisia e reticolati , Alpini italiani e Kaiserschutzen austriaci.
……..Una notte, all’improvviso, i soldati austriaci odono provenire dalle trincee italiane le lunghe note di una canzone,l’ascoltano; c’è tanta malinconia in quel canto, ma per i Kaiserschutzen c’è anche qualcosa di tanto familiare. Li di fronte ci sono dei montanari come loro, alpini di Belluno, la cui terra natia è ora occupata dal nemico.
Poi si sente una voce che, in buon tedesco, chiede informazioni sulla provenienza dei soldati austriaci. “Tirolesi”, risponde la sentinella. “Nel Tirolo, riprende l’Alpino, molti di noi vi hanno lavorato a lungo come muratori. Ora sono mesi che non abbiamo più notizie delle nostre famiglie”. Dopo queste parole, fra i sacchi di sabbia, si vede sporgersi una testa e poi, con un balzo, un Alpino esce dal suo riparo. La sentinella austriaca ed alcuni suoi camerati che avevano assistito al dialogo, escono allo scoperto. Non uno sparo! ………………….”Non potreste far giungere la posta alle nostre mogli, ai nostri figli, giù a Belluno?” Chiedono gli Alpini. “Tornate domani alla stessa ora” è la risposta dei Kaiserschutzen………………..Appena terminato il proprio turno di guardia la sentinella espone l’accaduto al comandante della compagnia. Questi telefona al Comandi del Reggimento. Ognuno sa di correre il rischio di una grave punizione per aver trasgredito il codice di guerra.

Dopo una giornata di furiosi cannoneggiamenti reciproci, la notte successiva gli Alpini depongono nella terra di nessuno il sacco con la corrispondenza, insieme a pacchetti di sigarette e fiaschi di vino per i soldati nemici. Passati tre giorni, il soldato austriaco incaricato torna con le lettere di risposta che aveva ritirato una ad una dai familiari degli Italiani, e nella notte l’epilogo:
In quell’istante la luna fa capolino fra le nubi irrequiete e inonda di luce il desolante paesaggio. Tre Alpini si curvano sul sacco postale, due lo raccolgono. Da ambo le parti dozzine di occhi seguono la scena. Il terzo Alpino poi si volta in direzione delle trincee austriache, s’irrigidisce sull’attenti e, alzando lentamente la mani destra alla fronte, porge in segno di gratitudine il saluto militare; quel gesto di pochi secondi sembra interminabile tanto è solenne, e ai soldati che lo osservano dalle opposte trincee sembra che la sua sagoma, nel magico giuoco del chiarore lunare, si innalzi sempre più in alto, lontana ormai da quel triste teatro di battaglie. Poi una nuvola scivola sotto la luna e la terra di nessuno è nuovamente deserta come prima. Una sparatoria in lontananza infrange il silenzio e l’incanto di quella notte.

Inimmaginabile, oggi! Dunque, il tramonto del codice maschile/paterno, fortemente perseguito come liberatorio dell’umanità dall’oppressione, ha lasciato campo aperto al caos e alla disumanizzazione della violenza, se così si può dire. La sua scomparsa, o la sua riduzione a elemento residuale, è salutata come trionfo ma ha prodotto una forma di regressione ad uno stato psichico pre-culturale.
La promettente premessa contenuta nell’ammissione che quando l’orrore assume un volto femminile si è arrivati al limite estremo, in assenza di riconoscimento di questa verità rimane sospesa nel vuoto, e il buonismo che si è dichiarato di rifiutare riappare in tutta la sua inconsistente vaghezza. Non si capisce infatti in base a cosa si dovrebbe ripensare l’umano con il criterio della vittima inerme, se non, appunto, per una generica istanza umanitaria e di buona volontà. Come se l’espandersi incontrollato della violenza caotica potesse essere limitato senza rimuovere ciò che lo ha generato.

Ma ancora una volta, senza il ri-conoscimento della legge del padre che pone limiti e da forma, sembra che il pensiero femminile si areni sulle secche di un ragionamento circolare che rimanda eternamente a se stesso.

Armando Ermini

[22 giugno 2007]