Sabato, 23 Ottobre 2021

Quali diritti per il padre?

Pubblichiamo la sintesi di un dibattito avvenuto sulla lista di discussione dei Maschiselvatici, in seguito all’articolo qui sotto riprodotto.

Un Diritto dell'uomo scegliere

di THOMAS LYNCH MILFORD

Ho una figlia femmina e tre figli maschi. Se esiste un compito migliore dell’essere padre, io non l’ho mai trovato.
Ma su un argomento – la natura del sesso e delle sue possibili conseguenze – il consiglio che sono tenuto a dare ai miei figli, se richiesto anche a mia figlia, suona poco alla moda ed enfatico, politicamente sospetto se non "errato, " vagamente patriarcale.
La genitorialità non dovrebbe essere “neutra” riguardo al genere sessuale?
Sono per la vita, e per la possibilità di scegliere. La vita non è facile. Nemmeno lo è scegliere.
Mia figlia ed i miei figli sono biologicamente adatti per la riproduzione. Ecco le loro possibilità di scelta per come le vedo.
Ciascuno può scegliere se o non, con chi e dove, quando e perché, essere sessualmente attivo.
Possono scegliere quanto o quanto poco significato questo abbia, quanto o quanto poco di se stessi investire.
Ciascuno può scegliere quale, all'occorrenza, precauzione prendere contro una gravidanza non pianificata. Ma se tali precauzioni fallissero, le possibilità di scelta prenderebbero diverse direzioni secondo il genere.
Mia figlia può scegliere di avere il bambino con o senza il consenso, la cooperazione, o la co-genitorialità del tipo (lo denomineremo padre ora?) che la ha messa incinta. o può scegliere, alla luce delle circostanze della vita, che un bambino sarebbe terribilmente inopportuno e può avvalersi di ciò che i tribunali hanno dichiarato essere il suo diritto costituzionalmente garantito ad una procedura medica sicura e legale che pone termine alla sua gravidanza.
Qualunque disagio - morale o personale o materno - potrebbe soffrire, di fatto una gravidanza che deriva da un consenso bilaterale è legalmente interrotta da una scelta unilaterale.
Ma se la possibilità di scegliere riguardo al momento nel quale una persona si sente realmente in grado di essere genitore è una cosa buona, non sarebbe buona pure per i miei figli maschi?
E se questa scelta può essere esercitata dalle donne dopo il concepimento, allora non dovrebbero gli uomini avere la stessa opzione: affermare, legalmente ed unilateralmente, il loro non interesse riguardo all’agglomerato di cellule o feto o bambino o comunque si voglia definire ciò che a volte produce il sesso fra un uomo e una donna?
Per come si presenta ora, la paternità, una volta determinatasi, significa la responsabilità fiscale per 18 anni, non per scelta, ma per legge.
Se un uomo mette incinta una donna e lei sceglie di avere il bambino, essa ha può intentare un reclamo legale nei confronti del reddito del padre.
Gli uomini possono, naturalmente, rifiutarsi di pagare, rifiutando la loro paternità, nel qual caso sono dei "deadbeat dads " o qualche altra parola creata dai media per intendere malvagi.
Perché i miei figli non potrebbero esercitare una possibilità di scelta equivalente – per dire, entro i primi due trimestri - per dichiarare la loro decisione di non essere genitori, rinunciando alla paternità? Non è precisamente questa la stessa possibilità di scelta data alle donne da Roe v. Wade e dalle altre leggi che sostengono questo "diritto"?
Eppure, la gravidanza e l'aborto, molti ribatteranno, sono questioni delle donne, del corpo della donna. " Una volta che gli uomini potranno restare incinti, allora potrete parlare!"
A volte mi dico. È realmente tutto relativo all’utero, allora? È il destino biologico, dopo tutto? È la specie o il genere che si riproduce?
Non sono la gravidanza e la genitorialità questioni che riguardano l’umanità?
I miei figli e mia figlia io so che esistevano quando “erano attesi". La loro madre "li aspettava"; era così.
E mentre il corpo della donna è certamente coinvolto nella sua maternità, un uomo è coinvolto nella sua paternità.
Non chiediamo agli uomini 18 anni di lavoro e di fatica, “lavoro” dei loro corpi, a sostegno del bambino nato dai loro lombi?
Se rifiutano, cosa che troppi fanno, non la riteniamo una questione privata; li chiamiamo farabutti.
E se sono spinto a marciare per affermare il diritto della donna a poter scegliere una procedura medica sicura, legale ed economica per porre termine alla sua maternità, dove sono le donne che marceranno con me per sostenere i diritti dei miei figli e dei loro figli di scegliere una procedura legale legittima, sicura ed economica per porre termine, per ragioni che vanno dalle buone alle meno buone, alla loro paternità?
"Se non desiderano la responsabilità, dovrebbero tener su i loro pantaloni!" è ciò che mi dicono parecchie donne di mia conoscenza. Affermazione vera, che suona come un sano consiglio.
Ma lo stesso consiglio, offerto a mia figlia o alle figlie delle mie amiche donne, è considerato con sospetto, sessista, patriarcale. Che cosa sembrerebbe se un milione di uomini o giù di lì, l’anno prossimo, entro le 12 settimane successive alla fecondazione delle loro partner sessuali, dovessero dichiarare, per motivi che non dovrebbero argomentare a nessuno, che il loro interesse nei confronti del feto è nullo, vuoto, cessato, abortito?
Che cosa se ci fossero cliniche per una Genitorialità Programmata o qualche associazione benigna senza scopo di lucro, dove potrebbe essere condotto il lavoro legale in modo pulito e ad un costo ragionevole - procedure legali effettuate dagli avvocati anziché dai medici, aiutati da paralegali anziché dalle infermiere – in direzione di una dichiarazione legale, sicura, legittima, unilaterale, costituzionalmente protetta, la stessa per i padri di quella per le madri? Non ci sarebbero marce di protesta davanti a tali cliniche? Le insegne non verrebbero imbrattate con epiteti poco lusinghieri? Non punteggerebbero queste proteste le immagini di bambini indigenti e di madri abbandonate? Le politiche riproduttive coinvolgono non soltanto i nostri interessi pubblici, ma anche i nostri privati.
Ed in interminabili dibattiti, il terribile rimbombo della pubblica retorica fra i politicanti e gli arcivescovi oscurerebbe il colloquio fra i padri e le figlie, le madri ed i figli, i fratelli e le sorelle, i mariti e le mogli.
Le donne hanno diritto ad aborrire decisioni che riguardano i loro corpi che le escludono. Così è per gli uomini.
La vita riproduttiva della specie non è una questione femminile. Appartiene all’umanità. Richiede le voci degli esseri umani.
Ed il linguaggio che richiede è riservato e intimo.

Thomas Lynch è l'autore di "The Undertaking" e " Bodies in Motion and at Rest".
Copyright 2000 New York Times Company


Formalmente il discorso non fa una grinza e la proposta di Choice dor Men è ragionevole.

Ma non mi convince.

Parte da due presupposti che sono, a mio parere, assolutamente errati:

1. L'uomo è uguale alla donna e quindi ha gli stessi diritti/doveri

2. La vita del figlio generato è in subordine alla vita del generante

L'uomo è Uomo solo se si fa carico di cose, persone e azioni che intraprende o con cui viene a contatto.
Ha nei concetti di Responsabilità e Dovere i suoi fari che illuminano la direzione del suo percorso.
Per questo è differente dalla Donna, per questo la sua posizione nei confronti della vita che sta generando è ben diversa da quella della sua partner.
L'altro presupposto, che unisce l' Uomo e la Donna, è la posizione nei confronti della Vita.
La scelta di abortire o no non può dipendere esclusivamente dalle condizioni "di contorno" di padre e madre, dalla loro convenienza.
La vita che stiamo generando non ci appartiene, appartiene all' Universo, non ne possiamo disporre a piacimento.
E tornando al discorso della Responsabilità, l'Uomo deve sentire questo ancor più della donna!
La vera Scelta per l' Uomo, più che una scelta è un Dovere, è ed è sempre stata quella di difendere la vita anche sacrificando la propria, e con il piacere di farlo!
Non condivido affatto le proposte di Choice for Men, perché parla a uomini deboli, desiderosi di garanzie e protezioni, che sacrificano gli altri a se stessi, che non si fanno carico delle sofferenze del mondo, in altri termini non parla a Uomini Veri.

Ciao

Francesco


Caro Francesco, credo che chiunque, anche un non credente come me, abbia quantomeno delle "perplessità", sui due presupposti che stanno alla base del discorso di CfM, e che giustamente evidenzi.
Io ad esempio, credo che la diversità tra uomini e donne sia proprio un "valore assoluto" (perdona l'enfasi retorica, ma è una cosa che sento davvero profondamente e non deriva da una particolare educazione o da pregiudizi culturali).
Questo anche a scanso delle accuse di misoginia e maschilismo che mi si rivolge da sempre (da parte delle donne certo, ma spesso, incredibile a dirsi, anche da alcuni "uomini"). Io infatti AMO le donne, proprio in quanto "diverse" da me.
Penso che il mondo sarebbe migliore se tutti (soprattutto le donne) accettassero questo dato di fatto, che dovrebbe essere semplicemente ovvio ed evidente, della fondamentale diversità di genere.
E penso anche che soggetti diversi dovrebbero avere, di fronte alla legge (di Dio e degli uomini), diritti e doveri diversi.
Anche se è difficile da realizzare in pratica, ma così dovrebbe essere. Non condivido per nulla ad esempio chi accusa le donne (le femmine) per loro presunte debolezze o diverse attitudini quando queste in fondo sono proprie del loro essere femminile e sono scritte nei loro cromosomi da centinaia di migliaia di anni. QUESTO è maschilismo misogino antifemminile e con questo io personalmente non ho niente a che spartire.
Mi amareggia vedere in che modo la "modernità" (ovvero: le ragioni di un business amorale e una politica ostaggio della lobby femminista) spinge viceversa nella direzione di una totale omologazione dei generi. E verso un conflitto permanente tra i sessi, dichiarato unilateralmente, al quale non possiamo più sottrarci.
Conseguenza di questa follia "moderna" (che può essere moralmente discutibile quanto si vuole ma che è alla prova dei fatti della storia che deve essere, in fin dei conti, giudicata), è lo sfascio dell'istituzione familiare (io sono figlio di genitori divorziati, so quanto dolore e veleno comporta) ed un declino morale, demografico, e in senso lato, di "vitalità" della società nel suo complesso. Inoltre trovo anche io "discutibile" (diciamo pure immorale) il principio che vede la vita del nascituro subordinata alle esigenze di comodo dei genitori. Tuttavia il momento nel quale si possa realmente parlare di "vita"... questo non mi è ancora chiaro.Se la legge ha stabilito che nei primi 3 mesi (dico per dire) non si può parlare di "essere umano" a tutti gli effetti, io ne prendo semplicemente atto.
Resto perplesso ma non ho un'autorità in materia né delle intoccabili convinzioni religiose che mi inducano a scandalizzarmi oltre misura.
Ma dopo tutte queste belle considerazioni bisognerà pure prendere atto che viviamo in una società che sancisce UGUALI diritti e UGUALI doveri per uomini e donne, però quando si parla di diritti questi vengono fatti valere solo per le donne.
Quando si parla di doveri allora chi deve essere messo in croce, inchiodato alla proprie responsabilità è solo l'uomo.
Così non va evidentemente.
Viviamo in uno stato non di diritto, ma di privilegi.-
Le soluzioni sono due: o si cancellano alcuni diritti generosamente concessi in questi anni alle donne (ma "there's no coming back", difficilmente si può tornare indietro), oppure si fanno valere con rigore ferreo gli stessi diritti, per quanto discutibili eticamente essi siano, anche per gli uomini.
Al cospetto di Dio o della propria coscienza ognuno dovrà poi rispondere singolarmente del proprio comportamento.
E forse questo farebbe iniziare finalmente i "privilegiati" (oggi le donne) a ragionare sulla eticità del "diritto" che stava alla base del loro temporaneo privilegio.
E' così che la penso.
Rubare è "peccato", ma se la legge consentisse a una determinata categoria di persone il privilegio di poter entrare nella tua casa quando e come gli pare e di appropriarsi dei tuoi beni, è inutile stare a discutere, se in linea teorica, l'abolizione del principio della proprietà privata sia un bene o un male.
"Di fatto" tale abolizione della proprietà privata è affermata e sancita.
Nessuno dei "privilegiati" mette minimamente in discussione l'eticità di tale diritto?
Bene, ma allora tale diritto di appropriazione deve valere per tutti e non deve essere un privilegio concesso solo ad alcuni.

Lorenzo


Trovo ragionevoli e condivisibili le considerazioni di Francesco e Lorenzo.
Il primo parte da una visione positiva delle cose future e propone agli uomini di stare alti, al di sopra delle bassezze cui sarebbero tentati di cedere in risposta a quelle delle neofemmine occidentali.
Discorso di grande respiro, che condivido. Nondimeno condivido anche quello di Lorenzo che riconosce la giustezza delle considerazioni di Fra.co ma prende anche atto che la guerra contro gli uomini c'è, che gravissime disparità ci sono e che non paiono rimediabili tornando indietro.
Da questo segue che in qualche modo bisogna abbassarsi al livello del nemico. La vedo anch'io così. Non è bello, non è elegante, non è onorevole, ma secondo me bisogna scender, almeno per certi aspetti, tanto in basso quanto Lei.
La lotta con la spada era più onorevole di quella con gli archibugi. Nondimeno, creati questi non si potè fare altro che scendere in basso e usare il fuoco contro il fuoco. I Cavalieri si vergognavano, ma non ebbero scelta, a meno di morire impallinati senza potersi difendere.
Certo, anche a questo scendere in basso c'è un limite da non superare, ma non possiamo fare la frittata senza rompere le uova. Non l'abbiamo avviata noi questa guerra, no davvero.

Rino


Il punto di partenza non è eludibile ed è lasciato alle coscienze individuali, non alle ideologie. Da che punto la vita è vita? Dal primo secondo dico io, dopo due settimane, tre mesi ecc. dice qualcun altro. Ognuno faccia i conti con se.
Non sono contro l' eutanasia. Vorrei poter scegliere fino a quanto soffrire (e ovviamente che nessuno lo facesse per me).
Choice for men è già il segno di una sconfitta. Quando per sopravvivere ci si deve allineare ai principi del nemico (e tra l'altro io non considero il femminismo un nemico, al massimo donne che sbagliano) c'è il concreto rischio che ti dimentichi quali sono i principi tuoi.Questo, a mio avviso il merito di Risé e del selvatico.
Ma di una ricostruzione del maschile si tratta, e di una ricostruzione che non può non tener conto della storia. E degli istinti. E del dato biologico. Il territorio del "diritto" e della "legge" sono le sabbia mobili in cui possiamo sprofondare.
Ma non vogliamo. Per noi e per i nostri figli.

Eugenio


Carissimo Rino,
per rimanere sulla metafora della guerra....Impadronirsi delle armi del nemico, se ritenute superiori, utili ed eticamente accettabili secondo il nostro modo di fare la guerra, è legittimo e doveroso. Ma scendere sul terreno del nemico è molto pericoloso: può significare l' interruzione dei nostri collegamenti (legami) con il terreno (ideale) che ci è proprio, premessa tragica dell'accerchiamento e della sconfitta. Abbandonare il nostro terreno ideale, scendere sul terreno del nostro avversario vuol dire anche perdere la possibilità di creare alleanze, solidarietà, quella fitta rete di rapporti che ci consente di colpire e di fuggire, di essere aiutati e curati se feriti, di avere segnalazioni e avvertimenti tempestivi sulle mosse dell'avversario.
Difendere chi rinuncia a prendersi la responsabilità di un figlio che lui ha generato, volente o nolente, è per me perciò un errore.
Vorrebbe dire rinunciare (anche solo per un momento, ma quanto sarà lungo quel momento?, anche solo per quella battaglia, ma non sarà quella decisiva?) alla nostra funzione di generatori di vita e di forme e alle responsabilità che ci competono. Che uomini saremmo, con quale faccia guarderemmo i nostri fratelli, quale stima costruiremo intorno a noi?
Probabilmente molti di noi conoscono uomini che non hanno voluto riconoscere o che hanno riconosciuto ma non hanno voluto prendersi carico di un figlio non voluto. Che cosa pensiamo di loro?
Un manipolo di cavalieri disinteressati e pronti al sacrificio vale di più (ai fini dell'esito della guerra) di un esercito che ha perso i suoi ideali e non ha la stima di nessuno (neanche di se stesso). E questo lo dobbiamo proprio al nostro genere! A tutti i costi!

Con stima,

Francesco


Allora utilizzo anche io la metafora della guerra che Rino ha così elegantemente ed efficacemente introdotto...Sto giusto finendo un libro sulla prima guerra mondiale quindi questo è un invito a nozze.
La prima guerra mondiale se ben ricordate è iniziata con fanfare e cariche di cavalleria, poi, per le novità tattiche imposte dalla mitragliatrice, si è impantanata in una assai mano gloriosa guerra di trincea ed è finita con l'uso devastante di fosgene ed iprite...Un'escalation alla rovescia (da un punto di vista di "etica" guerresca): dall'eroismo di una carica all' arma bianca, al fango delle trincee, alla morte silenziosa e impersonale delle sostanze chimiche.
Però il ricordo degli effetti devastanti di un bombardamento chimico e la consapevolezza che tutti gli eserciti erano ormai venuti in possesso di tali armi, è stato poi un formidabile DETERRENTE, 20 anni dopo, tanto che le armi chimiche non furono praticamente mai adoperate nella seconda guerra mondiale nonostante la maschera antigas abbia fatto parte, per tutta la guerra, della dotazione di tutti i fanti di tutti gli eserciti coinvolti e nonostante l'ultima guerra abbia visto i peggiori massacri della storia ed il definitivo abbandono di qualunque "etica" militare o scrupolo morale. E lo stesso d'altra parte, è accaduto con la seconda guerra: la sua terribile conclusione atomica, allorché tale arma pochi anni dopo è entrata a far parte degli arsenali sovietici e cinesi, è diventata l'apice della vergogna della guerra americana ma anche il vero pilastro dei successivi 45 anni di "pace".
Cioè, un'arma può essere terribile e contraria all'etica, ma se esiste un equilibrio, una simmetria negli opposti schieramenti, garantisce di fatto una sorta di DETERRENZA ad un suo uso indiscriminato e unilaterale.
L'amara legge umana potrebbe essere questa: chi ha un'arma che tu non hai, anziché deporla, prima o poi sarà indotto ad usarla contro di te.O la disarmi, o ti devi armare anche tu.Non ci sono altre alternative.
Anche le donne hanno una funzione di "generatrici di vita" quanto e forse più degli uomini (almeno a livello simbolico).
Eppure circa un milione di donne americane ogni anno ricorre all'aborto senza che questo intacchi l'intimo convincimento femminista e femminile di essere "buone" e pacifiche per natura. E quanti di questi aborti uccidono anche le speranze e le aspettative di un padre? E' più responsabile ed onesto ritirarci su un eremo nella nostra convinzione (o illusione) di essere moralmente superiori alle donne, lasciando tuttavia che tale situazione continui all'infinito o piuttosto non dovremmo preoccuparci di porre un argine (una deterrenza appunto) ad un pericoloso squilibrio di diritti che vede il destino di tanti uomini abbandonato all'arbitrio ed al capriccio femminile?
Quanto a Choice for Men, in un altro articolo (non ho ancora finito di tradurlo) la proposta viene presentata in modo più articolato, ed essa ha simmetricamente anche connotazioni "in positivo" (da un punto di vista di assunzione di responsabilità maschile e di possibilità per la vita): si afferma ad esempio che, in caso di una gravidanza inaspettata non voluta dalla donna ma accettata dall'uomo, qualora il padre naturale accetti di assumersi tutti gli oneri della paternità, la donna porti a termine la gravidanza e ceda poi al padre, come in un affido, tutti i diritti parentali. Cioè la legittimità della scelta di ricorrere all'aborto dovrebbe restringersi a quei casi in cui entrambi in "genitori" rinunciano alla genitorialità. Mentre oggi è sufficiente che sia, con scelta unilaterale, la "madre" a effettuare tale rinuncia.
Se vi interessa continuo la traduzione (è un articolo molto lungo). Infine...Una volta appurato che la guerra contro gli uomini c'è, che è stata dichiarata unilateralmente e che nessuno di noi qui e altrove avrebbe mai pensato possibile doversi occupare, con tutte le belle ed interessanti questioni che la realtà ci offrirebbe, di difendersi, attaccato, dall'altra metà del cielo, in guerra ci si deve adeguare alle armi che il "nemico" (sì, per me il femminismo - non le donne - è IL NEMICO, senza tanti giri di parole) mette in campo, pena lo sbaragliamento.
Esistono alcune armi (l'"arma" legale del rifiuto di una paternità è una di queste) che sono immorali, e proprio per questo si configurano come efficaci DETERRENTI. E la speranza è di non doverle adoperare mai.

Lorenzo


Ciao a tutti,
Devo dire che l'intervento di Francesco mi ha molto colpito e questo perchè ha fatto risuonare in me gli stessi identici pensieri.
Credo sia davvero difficile (Lorenzo )capire da che punto del concepimento in poi, un embrione e successivamente un feto, possa essere considerato vita. Certo, la legge ha stabilito tempi e tecniche per determinarlo, ma la legge ha il compito preciso di dare certezza agli elementi della vita umana che per loro natura non l'avrebbero. E' il compito che le leggi sono chiamate ad adempiere altrimenti sarebbe il caos. Io credo che il concepimento possa essere considerato "una vita" dal momento in cui "se l'uomo non interviene in alcun modo" esso genera naturalmente un essere umano, quindi dal momento in cui l'ovulo viene fecondato. Comunque sia la donna ne acquisisce consapevolezza solo settimane dopo, per cui e' dal momento di quella consapevolezza che le è data la facoltà di scegliere per e della vita che porta in grembo.
Riguardo al fatto che la donna possa scegliere indipendentemente dal parere dell'uomo io ho il dubbio ( e mi piacerebbe confrontarmi con voi su questo punto) che sia giusto.
Voglio dire che la gravidanza richiede innanzitutto l'accettazione da parte della donna. Provate solo a pensare alle conseguenze biologiche, alle ripercussioni che la mancanza di questa accettazione ha sul feto. Significherebbe nutrirlo di veleno per nove lunghissimi mesi. Non è un caso che anche solo un periodo di tempo limitato, in cui la donna non accetta la possibilità di diventare madre significa, per il potenziale nascituro, la morte.
Accade quando in un primo momento la donna accetta la gravidanza e, superati i 3 mesi previsti dalle nostre leggi, interviene un elemento che spezza questa complicità con il feto (il compagno-padre la abbandona/rischio di perdere la vita nel parto/malattia della gestante/tracollo dell' habitat emotivo della donna....i casi sono tantissimi). Allora il solo elemento psicologico di rigetto della condizione si trasforma in fisiologico e poi degenera in patologico. Il piccolo non riesce quasi mai a reagire a tutto questo. Il legame Biologico, psicologico, strutturale, ambientale con il "contenitore" è troppo stretto, sono lo stesso corpo con due individui.
Allora mi (e vi) chiedo, come si potrebbe imporre ad una donna una gravidanza non voluta??????Certo l'uomo rimane al margine e fa male, ma come evitarlo ? Forse l'unica soluzione sarebbe quella di eliminare tutti gli ostacoli che portano una donna ad optare per l'interruzione della gravidanza, ed in questo l'uomo può fare più di quanto normalmente siamo portati a pensare. Un'alleanza di uomini può addirittura tutto. Forse questo, Rino, significherebbe usare i moschetti con l'etica dei samurai........e i samurai non se ne avrebbero a male...Condivido il parere di Eugenio sulla irrinunciabilità di un etica verticale, di una impossibilità di fondo di rinunciare ai propri valori in vista dell'ottenimento dell'obiettivo (qualunque esso sia). Significherebbe, come dice Francesco, troncare i legami, le alleanze con il mondo maschile, ed alla fine riporteremmo solo vittorie parziali. D'altronde credo però che l'uomo senta innata la necessità di annusare il territorio nemico (mi piace di più "il territorio altro"). Anche a costo della vita. Che la cosa rappresenti un pericolo non può essere indifferente....ma non può costituire un freno. E' la nostra identità di uomini e i legami e le alleanze, se forti, ben costruite, estese, altro non sarebbero che la fune con cui ci si avventura "in cordata" sui bordi dei ghiacciai. La storia ci insegna che sono questo tipo di alleanze che portano a scoperte e conquiste in ogni campo dello scibile, geografiche,militari, politiche.
Ma per questo servono guerrieri, una nutrita schiera di guerrieri......e qui si ritorna al problema della solidarietà maschile che credo sia davvero il punto centrale di una qualsivoglia argomentazione o "pardon" QM.
Questa solidarietà porterebbe ( a mio parere) due miracoli conseguenti l'uno all'altro. Riporterebbe il maschile, il verticale, alla propria identità ed in seguito riporterebbe equilibrio e gioia nel rapporto con "l'altra metà del cielo".
Uomini e donne sono fatti per danzare tra loro e non per combattersi.
Cosi, chi pensa che la guerra sia uno degli elementi in cui l'uomo ha maggiori responsabilità ( e dovrebbe sentirne il peso, il dovere) rispetto a quanto non le senta la donna, credo debba considerare il fatto che la donna è spesso stata al fianco del suo compagno anche in quell'occasione, sentendone la responsabilità di madre, di custode della terra (in quanto elemento e non globo), di donna, di essere umano.

Gino.


Capisco la tua perplessità. Anche io non sono convinto completamente che una maternità possa essere imposta coattivamente. Non sono convinto ma neanche escludo con certezza che anche qui ci sia una mitizzazione eccessiva (creata ad arte) del ruolo materno durante la gestazione che andrebbe meglio verificata e provata. Sull'importanza fondamentale, viceversa, di quella post-neonatale, nell'infanzia, non ho alcun dubbio. Tuttavia la necessità di una figura "materna" nei primi anni di vita, non credo che sia più indispensabile, per una completa formazione della personalità di un bambino, di quella "paterna" ad esempio nell'adolescenza. Ed in entrambi i casi possono esserci figure di "surrogati" materni e/o paterni (come nel caso di adozioni precoci) che funzionano (quasi) altrettanto bene.
Riguardo al ruolo "indispensabile" di un grembo materno amorevole e ben disposto, posso solo dirti che i casi dei bimbi prematuri (credo che si arrivi a 5 mesi con possibilità di sopravvivenza) dimostrano il contrario. Personalmente ho una sorella settimina (nata al settimo mese) che sta benissimo, che non ha subito alcun trauma né fisico né psicologico dal fatto di essersi sviluppata in parte in una "macchina", l'incubatrice, anziché nel grembo materno. E stesso discorso si può fare credo per le primissime fasi del concepimento che può avvenire "in vitro" senza nessun apparente danno fisico o psicologico del nascituro. Quindi qual'è a questo punto quella fase della gestazione in cui REALMENTE sarebbe indispensabile per il feto un grembo materno amorevole? E se il grembo materno fosse null'altro che un contenitore biologico? E se (come sembra) un utero artificiale dimostrasse di poter funzionare altrettanto bene? Anche questa eventualità, nemmeno troppo remota, dobbiamo prenderla in considerazione.

Lorenzo


Caro Lorenzo,

Continuo ad essere perplesso sulla sottovalutazione dell'importanza dell'accettazione del compito di madre durante la gravidanza. I parti prematuri a cui tu fai riferimento non sono (a mio parere) paragonabili alle conseguenze derivanti dall'imposizione di un ruolo biologico. Forse avremmo davvero bisogno a questo proposito di avere pareri esperti. Mi piacerebbe conoscere l'opinione di Claudio a riguardo e di tutti gli altri, ma sopratutto di chi ha avuto modo di osservare (magari per motivi professionali ) gli effetti di una gravidanza non voluta dalla donna.
Non condivido affatto invece il considerare la gestante un mero "contenitore biologico" .........poi ci incazziamo quando le donne ci considerano solo portatori di spermatozoi.

Gino


La mia non era un'affermazione. Ma una domanda, un dubbio, una provocazione.E poi, se anche si scoprisse che invece la realtà è proprio così (guarda che secondo me non siamo molto lontani da un'affermazione "scientifica" di questo tipo - ma desidererei anche io il parere di un esperto), diversamente da quello che hanno fatto le neo-femmine emancipate occidentali nei confronti dei maschi (una volta che la tecnologia ed altro - tutti regali maschili - hanno enormemente diminuito la loro "necessità" di un uomo), non considererei tale scoperta altro che una "tragedia" simbolica per la psiche femminile.
Ed un ulteriore passo che ci allontanerebbe (tutti - uomini e donne) dalla nostra natura selvatica e profonda.
Certo non un pretesto per maramaldeggiare, irriderle e insultarle come sta accadendo sistematicamente oggi nei confronti di noi uomini.

Lorenzo


La questione dovrebbe essere affrontata considerando non solo i diritti/doveri della donna e dell'uomo, ma anche quelli del bambino. Da questo punto di vista non c'è dubbio che il primo interesse di chiunque sia VIVERE. Non per caso l'aborto terapeutico, quando è in pericolo la vita della madre , è sempre stato consentito.
Sul piano dei principi per me non ci sono dubbi, ed il fatto che le varie leggi consentano l'aborto entro limiti di tempo diversi, ma tutte stabiliscano un limite, ne è conferma. I principi del diritto ci dicono che nel dubbio, l'imputato deve essere assolto. Così, nel dubbio del momento di inizio della vita dovrebbe essere data la prevalenza alla vita stessa.
Sul piano della realtà concreta, è poi ipocrita sostenere che l'obbligo per il padre di mantenere il figlio, comunque avuto, sia stato sancito nell'interesse del bambino quando questo interesse non è minimamente preso in considerazione quando è la donna che vuole abortire. In realtà si tutela per prima cosa l'interesse della donna.
Tuttavia, se il primo interesse da tutelare deve essere la vita, l' obbiettivo concreto perseguibile è quello favorire la nascita quando anche uno solo dei genitori lo voglia. Sarebbe un passo in avanti di incalcolabile valore. Sinceramente, mi sembra poi un po’ debole l'argomentazione che, in mancanza della volontà femminile, il bambino ha molte probabilità di morire. Ci sono paesi disgraziati in cui il bambino ha moltissime probabilità di morire appena nato per la povertà estrema, o comunque di essere un reietto per tutta la vita. Non per questo è legittimo che qualcuno si arroghi il diritto di sopprimerlo prima.

Armando


Caro Armando,

non mi sembrava di aver posto il problema in questi termini. Quello che intendevo dire, e che evidentemente non ho espresso in modo efficace, è che una funzione biologica così delicata come quella della maternità non può essere imposta coattivamente come faremmo con uno sfratto.
Gli esseri umani sono universi complicati e non solo dal punto di vista psicologico. Prova a parlare con qualche ostetrica o con chi ha contatto con la prima infanzia e sentirai quanto l'ambiente emotivo interno (psichico/l'accettazione di cui parlavo nella mail precedente) e quello esterno influenzino in modo incredibile la vita dei piccoli. Ho avuto modo di osservare molti neonati venuti al mondo da situazioni diciamo "delicate" e la differenza con gli altri, sono sicuro, ti farebbe cambiare opinione. Il feto registra dati nel profondo della propria struttura emotiva. Sono dati che il bambino difficilmente riuscirà a far emergere in età adulta, eppure questi dati troppo spesso ne segnano il destino. Un bimbo voluto ed un bimbo rifiutato generano due uomini molto, molto diversi e non solo psichicamente. La PNL ci ha insegnato in modo inequivocabile quanto gli stati d'animo influenzino il nostro atteggiamento nei confronti del mondo "altro". E tutta la nostra vita, caro Armando, non dipende che da questo, sia che del fenomeno ognuno di noi abbia consapevolezza o l'acquisisca (magari attraverso la psicanalisi), sia che la si ignori completamente.Credo di essere d'accordo con te, sul mantenimento del bambino e sull'ipocrisia che nasconde. Confrontiamoci ancora.

Gino


Caro Armando anche a me pare che la tua risposta non colga la questione posta da Gino e che anch'io sento come un dilemma tra diritto alla vita del nascituro e la non volontà della donna di portare a termine la gravidanza. Se la donna non vuole, allora resta solo la legge che la può obbligare, con le probabili ricadute sul bambino di cui parla Gino. Si potrebbe dire che è meglio un bambino vivo e infelice piuttosto che uno morto, ma allora dovremmo spingere le nostre richieste fino a sospendere la legge sull'aborto, tranne nel caso in cui sia in gioco la vita della madre?

Paolo


Mi pare però che qui non siamo nella situazione in cui una funzione biologica così delicata come quella della maternità verrebbe imposta coattivamente come faremmo con uno sfratto.
Qui la funzione-processo della maternità é già cominciata con un atto consapevole della donna ( a meno che si sia trattato di stupro). Allora se la donna consapevolmente usa la sua facoltà generativa per dar vita ad un altro essere umano, la comunità può chiederle di portare avanti quella scelta. Anche perché il contrario porta alla soppressione di una vita. Con conseguenze gravemente contaminanti la sua stessa vita, e quella delle persone attorno a lei, oltre che della comunità che accetta questa legalizzazione della soppressione di chi non può difendersi.Per il bambino, certo, sarà difficile. Ma anche oggi, come ogni analista sa, una parte dei bambini che nascono sono stati cresciuti nella pancia di madri che avrebbero preferito non generarli. E infatti, per loro, già oggi la vita é molto difficile. Almeno fino a quando vince la vita, e loro ci si appassionano.

Claudio


Caro Gino, caro Paolo,

il mio paragone coi bambini dei paesi poveri non era centrato, lo ammetto. Altrettanto non ho nessuna difficoltà a riconoscere l'importanza della simbiosi fra madre e figlio, non solo nell'utero ma anche nei primi tempi dopo la nascita, per uno sviluppo equilibrato della psiche e del corpo del bambino. Sono ancora del tutto d'accordo sul fatto che compito irrinunciabile del padre sia quello di fare il possibile per creare l'ambiente adatto affinchè la gravidanza sia un evento di gioia con tutte le ricadute positive. Ma ci sono casi in cui, nonostante tutti gli sforzi, la decisione appare irremovibile, perché? . . . , già, perchè?
Dacia Maraini, di cui non occorre ricordare il femminismo militante, sostiene che l'aborto non può mai essere considerato come una conquista, che semmai sarebbe quella di un mondo in cui le donne decidessero di non abortire. Raramente mi capita di essere d'accordo con una femminista, ma in questo caso sottoscrivo in pieno.
Perchè dunque le donne abortiscono? Questa domanda viene in genere stoppata con l'argomento che l'aborto è sempre un trauma che le segna nel profondo e che quindi, se lo praticano, le ragioni sono valide per definizione e insindacabili.
Ora, ammesso e non concesso che sia per tutte un trauma, c'è una cosa che comunque non riesco a comprendere.
Se una donna decide di subire il trauma dell'aborto, significa con tutta evidenza che portare a termine la gravidanza sarebbe per lei un trauma ancora maggiore. Ammettiamo pure che sia così nel caso in cui non si senta matura per fare la madre, o che ci siano gravi problemi economici, ammettiamo anche (ma ci sarebbe molto da discutere nel merito) che sia valida l'argomentazione che un figlio rappresenterebbe un ostacolo alle aspirazioni di libertà e di avanzamento sociale (leggasi carriera professionale), ammettiamo tutto ciò.
Ma nel caso in cui, come è nella proposta di Claudio, la madre sapesse che il suo bambino andrebbe affidato al padre che assumerebbe da solo tutto l'impegno ad allevarlo lasciandola libera di fare la sua vita, come è possibile sostenere che alcuni mesi di gravidanza siano più traumatici della soppressione di una vita dentro di sè?
Perchè alla fine di questo si tratta. E le donne lo sanno benissimo, meglio di chiunque altro, se parlano sempre di trauma. Se fossero convinte che il feto altro non fosse che un grumo di cellule qualsiasi, il problema non si porrebbe, allo stesso modo in cui non si pone per un' appendicite.
Ho già avuto modo di scrivere che secondo me il rifiuto scandalizzato della proposta sul padre nasconde la falsa coscienza di chi preferisce risolvere tutto in pochi minuti e non essere disturbato dal pensiero che da qualche parte esiste un figlio che magari avrebbe bisogno della madre, e il timore, forse inconscio, di perdere il potere assoluto di vita e di morte che la legge attribuisce loro.
Io non voglio porre la questione dell'abolizione della legge che consente l'aborto, ma quella di definire i limiti entro cui può essere consentito sì. D'altra parte è la stessa 194 che lo fa stabilendo limiti temporali, con ciò implicitamente ammettendo che l'aborto non è solo un fatto privato della donna, ma ha implicazioni etiche e sociali perchè coinvolge almeno (ma già quì il padre è tagliato fuori) un' altra persona, il bambino.
Se si ritiene valida in assoluto l'affermazione che la decisione sull'aborto spetta insindacabilmente alla madre perchè un suo rifiuto produce gravi ed irreversibili traumi nel bambino, si dovrebbe allora avere il coraggio di proporre l'abolizione dei limiti temporali.
Forse che un rifiuto della gravidanza sopravvenuto al quinto o sesto mese non produce effetti negativi sul feto?
L' unica posizione che almeno ha il pregio della chiarezza è quella di chi sostiene che l'aborto andrebbe consentito in qualsiasi momento e solo su decisione della donna. Esiste però una enorme implicazione. Quella di negare in modo assoluto che ciò che si sviluppa nel grembo materni sia una vita e che in quanto tale meriti tutela. Non per caso quasi nessuno si spinge a tanto, eppure solo così diventerebbe sostenibile il diritto insindacabile della donna ad abortire, che pure non prenderebbe in considerazione il padre.
In ogni altro caso non si può non partire dal principio che il bambino è un essere umano, il cui diritto alla vita va tutelato in via primaria. Solo a questo punto si potrebbero stabilire i casi in cui l'aborto non fosse sanzionabile.
Mi sembra del tutto evidente che in questo quadro non ci sarebbe posto per l'affermazione della decisionalità femminile come unica valida, perchè in tal caso si darebbe alla donna il diritto di vita o di morte su un altro essere, cosa del tutto incoerente con l'assunto di partenza. La verità è che tutte (credo) le legislazioni sull'aborto affogano nelle contraddizioni perchè si propongono di salvare due principi inconciliabili, la tutela del bambino e la sovranità assoluta della madre. Finendo, nei fatti, per far prevalere la seconda. Con ciò non voglio negare la problematicità e la delicatezza della questione, ma affermare la legittimità di discuterne a tutto tondo, inserendovi anche i diritti della paternità, dei quali potremmo discutere un'altra volta.

Armando


Caro Armando,

Scusami se non ti ho risposto subito, sono stato assente fino a questa sera e non ho avuto modo di rimettermi in contatto con voi. Ero in mezzo ai lupi che notoriamente preferiscono forme di comunicazione diverse da questa.
Il tuo intervento mi ha molto colpito. Devo rifletterci. A primo acchito, riconosco che in effetti alcuni mesi di gravidanza indesiderata sono nulla se paragonati alla soppressione di una vita umana.Anche l'intervento di Claudio mi ha colpito. Devo dire però che, nel leggerlo, ho subito pensato a tutte le volte che ho rischiato, in preda alla passione, di diventare padre. Mi sono chiesto: se, in uno di quei (ahimè numerosi) casi avessi avuto meno fortuna....????

"Qui la funzione-processo della maternità é già cominciata con un atto

consapevole della donna ( a meno che si sia trattato di stupro).

Allora se la donna consapevolmente usa la sua facoltà generativa per dar

vita ad un altro essere umano, la comunità può chiederle di portare avanti

quella scelta. Anche perché il contrario porta alla soppressione di una

vita. Con conseguenze gravemente contaminanti la sua stessa vita, e quella

delle persone attorno a lei,oltre che della comunità che accetta

questa legalizzazione della soppressione di chi non può difendersi

Ricordo bene che anche le mie compagne di allora non avrebbero gradito la cosa e per i motivi innumerevoli di sempre (relazioni all'inizio, scarsa solidità professionale, mancanza di certezze economiche, ambizioni professionali, non ultime irresponsabilità e mancanza di consapevolezza). Allora quando ho letto i vostri interventi (quello di Paolo Ferliga incluso) mi sono chiesto cosa avrei fatto io, cosa avrebbero fatto le mie compagne.
Ricordo che, a quella più importante, che era anche quella con più ambizioni professionali, un giorno proposi esattamente quello a cui accennavi tu Armando. Le chiesi se avrebbe lasciato che avessimo un bambino e che a lui avrei pensato io , per darle tempo e modo di fare carriera. La risposta che mi diede, fu che non avrebbe mai permesso a se stessa di vivere un evento così profondo come la maternità in modo incompleto e non definitivo. Che per quanto mi ritenesse un uomo "fuori dalla norma" non avrebbe potuto permettere che un figlio che fosse anche suo non avesse a sè la figura della madre, come non avrebbe mai permesso (al di là degli esiti della relazione) che un figlio nostro mi venisse sottratto in alcun modo ( e dire che era un’ avvocatessa).
Non conoscevo l'opinione di Dacia Maraini sull'aborto e, come te, non posso che condividerla appassionatamente. Condivido anche i tuoi dubbi sui tempi in cui l'aborto è legale. In una precedente Mail ebbi modo di precisare che (al di la dei termini della 194) in base a scelte etiche assolutamente personali e quindi altrettanto assolutamente criticabili, per quanto mi riguarda la vita di un embrione è "umana" nel momento in cui lo sperma feconda l'ovulo. Al di la di quell'istante divino per me si tratta di "un destino negato" del quale ognuno si assumerà la responsabilità che crede e secondo i valori in cui crede.
Non credo (e se ho ben capito tu sei d'accordo con me) che le ragioni che spingono una donna ad abortire siano insindacabili solo perchè portano all'accettazione di un evento che a noi uomini viene descritto come traumatico. In verità io non so se l'interruzione della gravidanza rappresenti per la psiche della donna un trauma così profondo. La mia natura romantica mi farebbe sperare di sì, sono stato educato a questo tipo di valore e spero nel profondo che una scelta così "decisiva" per un altro essere sia quanto meno "incisiva" per chi la compie. Ti faccio un esempio ancora più intimo. Io stesso so di essere frutto del fallimento (almeno per quanto riguarda mia madre) del metodo Ogino-Knauss (spero si scriva così altrimenti chiedo venia). Una volta chiesi a mia madre se avesse mai pensato, alla luce del fatto che i miei non se la passavano per niente bene (per tutti i motivi sopra descritti più qualcun' altro) di interrompere la mia gravidanza. La sua risposta fu che al solo pensarlo sentiva la vita scorrerle via dalle vene. Credo quindi (ma posso sbagliarmi) che la traumaticità dell'evento sia molto legata a fattori educativi e sociologici.
Ed è proprio a riguardo di questi ultimi che condivido in pieno quanto scritto da Claudio circa l'impoverimento del tessuto sociale di quella comunità che accetti un atteggiamento del tipo di cui tu stesso mi parlavi.

"Con conseguenze gravemente contaminanti la sua stessa vita, e quella

delle persone attorno a lei,oltre che della comunità che accetta

questa legalizzazione della soppressione di chi non può difendersi."

Penserò a quanto mi avete detto, e se volete aggiungere altro, ormai i lupi sono (ahimè) lontani più di 600 chilometri, e qui non c'è odore di muschio o di felce...Un saluto e grazie.

GINO


Caro Gino, spero che il contatto coi lupi ti abbia dato nuove e selvatiche energie.

Alcune osservazioni sul tuo scritto:

La risposta che ti dette la tua ex compagna mi sembra in sostanza confermare quanto sostenevo a proposito della falsa coscienza, anche se non è chiaro il senso complessivo di quella frase. Se significa, come mi sembra, che lei avrebbe portato avanti la gravidanza solo se entrambi foste stati d’accordo, ancorché l’intento di coinvolgerti sia encomiabile si ripresenta la domanda dalla quale siamo partiti. E’ giusto l’aborto quando uno dei genitori vuole il figlio? Per me no, e sono da ammirare quelle donne che decidono di avere il bambino anche quando il compagno non lo vuole, assumendosene gli oneri. Esattamente allo stesso modo in cui sono da ammirare quei padri che esprimono la stessa volontà. Non esistono due pesi e due misure, ad anche in questo caso il diritto di vivere dovrebbe avere la prevalenza.
Circa la domanda che fai a te stesso su come ti saresti comportato se una tua ex fosse rimasta incinta ti dico che tutti, donne e uomini, siamo esposti alle contraddizioni e solo a posteriori, di fronte al caso concreto che ci tocca in prima persona, siamo in grado di conoscerci davvero. Nessuno è depositario a priori del bene e del male. Intanto però è importante sentire il problema ed interrogarci.
“. In verità io non so se l'interruzione della gravidanza rappresenti per la psiche della donna un trauma così profondo. La mia natura romantica mi farebbe sperare di sì, sono stato educato a questo tipo di valore e spero nel profondo che una scelta così "decisiva" per un altro essere sia quanto meno "incisiva" per chi la compie.”
Anch'io spererei fosse così, ma a detta di alcuni medici e terapeuti (fra cui Claudio) la realtà non è sempre questa. Del resto bastano le storie di donne che hanno abortito 3/4/5/ volte. Credo che l'aborto farmacologico darà un'altra bella spinta a considerare l'aborto un fatto "normale".
“La sua risposta fu che al solo pensarlo sentiva la vita scorrerle via dalle vene. Credo quindi (ma posso sbagliarmi) che la traumaticità dell'evento sia molto legata a fattori educativi e sociologici.”
Abbracciala, tua madre, e ringraziala. Quella frase bellissima è la risposta a tutti i nostri interrogativi. Sono con te circa i fattori educativi e sociologici, che riescono a modificare in profondità il sentire dell'umanità. Non mi considero un reazionario, ma penso che dovremo fermarci un attimo e che per andare avanti sia a volte necessario tornare indietro e recuperare alcune cose perdute, prima che lo siano per sempre.
Per continuare la nostra discussione, proprio questa mattina pensavo che le parole non sono affatto neutre e che l'uso di un termine piuttosto di un altro contiene già un giudizio di valore. Pensavo questo a proposito del diritto all' aborto e della sua assimilazione ai diritti civili.
Sono convinto che il termine "diritto" riferito all'aborto sia profondamente sbagliato e che venga usato strumentalmente per non far affiorare una verità scomoda.
La concezione liberale ci dice che il diritto di un soggetto ha un limite quando inizia un diritto altrui. Da questo punto di vista l'aborto, anche quando non sanzionabile, non può essere definito un diritto, tanto meno insindacabile, in quanto si intreccia almeno con un altro diritto, quello del bambino a sviluppare tutte le sue potenzialità di vita.
Le legislazioni sull'aborto, se non riconoscono il punto di partenza fondamentale, sono destinate ad essere continuamente fonte di ipocrisia e di falsa coscienza.
A mio avviso può rientrare molto più facilmente nella categoria dei diritti quello di drogarsi che non quello di abortire. Secondo la nostra legge, però, è vero il contrario. La questione dei diritti si intreccia anche con quella del padre, che la legge considera soltanto come soggetto di doveri. Capisco bene la difficoltà a considerare una perfetta equivalenza colla figura materna che vive la gravidanza entro il proprio corpo, tuttavia il problema esiste ed è giusto discuterne.
In "positivo" mi sembra che la proposta di Claudio dia una prima importantissima risposta, che ha l'altissimo pregio di conciliare il diritto alla paternità con quello del bambino a vivere, senza ledere , se non momentaneamente, il diritto della donna a gestire il proprio corpo. In negativo abbiamo già discusso in lista anche dell’ eventuale diritto del padre a non riconoscere il figlio, come contraltare all' aborto femminile o alla possibilità che la legge dà alla donna non sposata di affidare il bambino appena nato ai servizi sociali, rinunciandovi per sempre.
Personalmente penso che, ribadita ancora una volta l'intollerabilità di una situazione che priva il padre anche del diritto di parola su suo figlio, questa strada sia tutta in salita, oltre che in contraddizione coi principi profondi che ispirano la visione selvatica della maschilità e della vita. Penso anche, però, che forse la questione potrebbe essere agitata strumentalmente per evidenziare l' asimmetria della legge e l'attribuzione unilaterale di diritti e doveri fra donne e uomini. Ma sarebbe certo una triste conquista la parità a scapito del soggetto più debole.

Armando