Lunedì, 14 Giugno 2021

Il maschio oggi, i suoi obiettivi, l’amore e le donne, la famiglia e la società.

Intervista ai Maschi Selvatici a cura di una donna, M. V., laureanda sulla “questione maschile” in Comunicazione Interculturale per la Cooperazione e l'Impresa (gennaio 2009)

Cari Maschi Selvatici, che caratteristiche ha per voi il maschio oggi e che ruolo ha all'interno della società?

A nostro parere il maschio oggi (ma il processo è in atto da decenni) si è collocato in una posizione che non è adeguata rispetto alle valenze antropologiche e simboliche della "virilità". Dal punto di vista antropologico ha accettato l'inganno/ricatto di una società che gli chiede esclusivamente di dedicarsi al denaro, al profitto e all'interesse, all'immediato soddisfacimento del bisogno o al vuoto edonismo; ma facendo questo ha accantonato ciò che le società tradizionali hanno sempre valorizzato nel maschio, insegnandoglielo e richiedendoglielo anche con precisi riti di passaggio iniziatici: la capacità di donarsi, di prendersi cura con dedizione e sacrificio della sua famiglia e della comunità, di difendere con attenzione e responsabilità la vita da lui generata. Detto simbolicamente: l'uomo oggi ha dimenticato di onorare ciò che di profondo e sacro lo rende psico-biologicamente maschio e che è inscritto archetipicamente nella sua psichicità: il Fallo, simbolo appunto di dono, di spinta per il cambiamento, di azione trasformativa che inaugura il nuovo e il vivente. Questo fatto provoca parecchi disagi al maschio e alla comunità in cui vive, ingabbiata in una situazione di statico impoverimento poiché privata della spinta donativa e trasformativa che costituisce la virilità stessa. Come diceva infatti Ezra Pound (che al Fallo ha dedicato versi incisivi): "Con Usura nessuno ha una solida casa/di pietra squadrata e liscia/per istoriarne la facciata,/con usura non v'è chiesa con affreschi di paradiso/harpes et luz e l'Annunciazione dell'Angelo con le aureole sbalzate,/con usura nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine/non si dipinge per tenersi arte in casa, ma per vendere e vendere/presto e con profitto, peccato contro natura,/il tuo pane sarà straccio vieto arido come carta,/senza segala né farina di grano duro,/usura appesantisce il tratto, falsa i confini, con usura nessuno trova residenza amena./Si priva lo scalpellino della pietra,/il tessitore del telaio". Fortunatamente però molti uomini, ad esempio i Maschi Selvatici, hanno avviato da qualche anno un processo di rinnovamento nella loro vita, fondato su una maggiore attenzione all'autenticità del loro "essere maschi", spingendo inoltre la nostra stessa società, e altri maschi, nella direzione che lo stesso Pound suggeriva: "Che il cuore sia retto/il Fallo percepisca il suo scopo".

E quali sarebbero i principali obiettivi che l'uomo di oggi vuole raggiungere?

Riconquistare nella propria profondità gli aspetti che connotano l’identità maschile autentica, piena e serena: la capacità di amare la propria donna, i propri figli, e la propria comunità; la responsabilità nei confronti della vita cui si è dato, con la madre, l’avvio; la passione nel custodire e proteggere la propria famiglia e i propri figli, partecipando con attenzione alla loro crescita dal punto di vista affettivo ed educativo. Non solo: la consapevolezza dei propri desideri, della propria forza nel realizzarli, della felicità che si prova donando agli altri la propria esistenza per un bene più ampio ed umano, riconoscendo con umiltà la presenza di un Padre di cui ci si può fidare e del quale meritano attenzione i consigli e i moniti.

Quali sono le principali differenze tra l'uomo di oggi e quello degli scorsi decenni?

La perdita, o comunque la profonda modificazione dell’identità maschile, è un processo iniziato ben prima degli ultimi decenni e coincide con la “decadenza” del concetto di paternità. Non è questa la sede per esaminare la questione, per la quale rimandiamo ai numerosi lavori di Claudio Risé (Il maschio selvatico (Red Ediz., Como); Essere uomini (Red Ed., Como); Il padre l’assente inaccettabile) (San Paolo Ed.); ma anche di Dieter Lenzen (Alla ricerca del padre, Laterza Ed.), di A. Mitscherlich (Verso una società senza padre) e del nostro Paolo Ferliga (Il Segno del padre, Moretti & Vitali, www.paoloferliga.it).
Negli ultimi decenni il lungo processo che ha visto gli uomini autoconfinarsi nella sfera economica rinunciando alle loro prerogative in ambito familiare, ad esempio circa l’educazione dei figli, ed alla trasmissione del sapere maschile, a favore prima della donna poi dello Stato, ha “solo” subìto una brusca accelerazione fino al suo compimento logico. Tuttavia, allora, pur con tutti i limiti, le carenze e addirittura le storture di un potere che non trovava più legittimazione sociale, il maschio conservava ancora la memoria “ancestrale” del passato e soprattutto aveva ancora coscienza, sia pure parziale e distorta, di giocare un ruolo importante nella società e nell’ambito della famiglia. Oggi non è più così. Quella grande rivolta contro il padre che fu il movimento giovanile del ’68, non ha corretto le storture di cui dicevamo prima per recuperare l’integrità della figura paterna, come forse i giovani di allora desideravano inconsciamente e di cui può essere presa ad esempio la disperata invettiva di Kafka in Lettera al padre. Ha invece spazzato via il concetto stesso di paternità e i suoi significati simbolici (e concreti), sui quali si sono sempre fondate le società del passato. I risultati, unitamente all’avanzare di processi economico/sociali che hanno accentuato la distanza fra i luoghi del lavoro maschile e della vita familiare, sono stati disastrosi sotto due punti di vista connessi strettamente: è andata in frantumi la coscienza maschile di sé, e con essa la consapevolezza della necessità della trasmissione generazionale di modelli, esempi, saperi, senza i quali non si costruisce alcuna identità di genere. Le conseguenze sulle generazioni successive sono sotto gli occhi di tutti. Incertezza identitaria e spaesamento da un lato, dall’altro accentuazione ossessiva di alcuni tratti caratteristici del maschile fino ad un machismo ostentato che altro non è se non l’altra faccia dell’insicurezza profonda che vivono gli uomini di oggi. In genere si tende a considerare il nuovo protagonismo femminile come una delle cause dell’insicurezza maschile. Noi, al contrario, pensiamo che un maschile forte e integro non avrebbe avuto difficoltà ad accettarlo quando fosse stato indirizzato a favore della donna e non contro gli uomini. Pensiamo anzi che il femminismo nei suoi aspetti più rancorosi e antimaschili sia potuto attecchire solo perché si è trovato di fronte un maschile già gravemente malato e indebolito, che ha saputo soltanto abbandonare precipitosamente il campo, salvo legiferare contro se stesso (cito in particolare la legge sull’aborto che esclude il maschio/padre anche dal solo parere consultivo sulla nascita di suo figlio, come è stato spiegato nel Documento per il padre http://www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm e come è stato commentato da Antonello Vanni ne Il padre e la vita nascente, Nastro Ed. 2004, www.antonello-vanni.it) e/o inveire inutilmente da lontano e rigorosamente in privato. Si intravedono però, oggi, anche fondati indizi di cambiamento. Pensiamo non solo agli svariati gruppi e associazioni maschili che discutono con passione di questi temi ed ai libri che sono dedicati alla questione maschile, ma soprattutto ad una nuova coscienza della paternità e del suo valore irrinunciabile. Pur nella inevitabile confusione, pensiamo ai così detti “mammi”, nei giovani maschi si fa strada l’idea che la virilità non può non passare dalla rivalutazione del ruolo e della funzione del padre. Vedremo il futuro.

Siete nostalgici di quel modello? oppure no?. Se sì, quali sono gli strumenti che possono essere utilizzati per ritornare alla posizione che l'uomo aveva in passato?

Dunque: nessuna nostalgia di un modello che faceva già ampiamente acqua. Ma a proposito di nostalgia occorre fare una precisazione. È interessante notare come uno dei più frequenti lamenti femminili è il fatidico “non esistono più gli uomini di una volta”. Ora, poiché è impensabile che ci si riferisca al maschio “padrone” (se mai è veramente esistito), e dando anche per scontata la contraddizione di chi si lamenta per la scomparsa di qualcosa contro cui si è combattuto, questa lamentazione indica che le antiche virtù virili mancano anche alle donne. Ecco, se si può parlare di nostalgia, è precisamente a quelle virtù che ci riferiamo, come riteniamo si possa capire bene leggendo con attenzione il sito e il blog dei Maschi Selvatici www.maschiselvatici.it . In questo senso la domanda è quindi malposta, come malposta è quella sugli “strumenti” per riconquistare le posizioni perdute. Gli uomini non devono riconquistare posizione alcuna, devono riconquistare se stessi e la propria identità profonda. Il resto, semmai, verrà di conseguenza e non certo per imposizione. Il futuro degli uomini dipende da loro stessi e solo da loro. Alla società chiediamo una sola cosa: che il mondo maschile venga rispettato come merita, anche nel suo travaglio doloroso, e che cessi il “tiro al maschio” nelle sue varie forme, dalle fiction alla pubblicità, agli attacchi contro la figura paterna, passando per una informazione a senso unico e spesso alterata nelle analisi dei fatti e nel modo stesso in cui vengono date le notizie.

Le donne e i Maschi Selvatici. Cosa pensate della donna e del ruolo che assume nella società?

Premesso che ogni persona deve essere libera di perseguire il proprio progetto di vita, la questione va affrontata a partire dal riconoscimento del concetto di differenza sessuale. Maschi e femmine, partecipando ovviamente alla identica natura umana che li pone su un piano di uguale dignità, sono tuttavia diversi. La diversità è inscritta in primo luogo nel corpo e da essa scaturiscono anche differenze psicologiche importanti che implicano una diversa percezione del mondo, diverse inclinazioni, passioni, attitudini, intelligenze. Crediamo che queste diversità debbano essere valorizzate o comunque lasciate libere di esprimersi in un ambito di complementarietà fra i generi, piuttosto che lette come costrutto culturale maschile teso ad opprimere le donne, tendenza ormai affermatasi nell’Occidente moderno. In termini concreti riteniamo che le donne, nel loro encomiabile sforzo di assumere ruoli e funzioni via via più importanti nell’ambito sociale, non lo debbano fare snaturando se stesse e puntando ad imitare modelli maschili, modelli peraltro discutibili per gli stessi uomini per come si sono andati affermando negli ultimi decenni ma che, applicati alle donne, finiscono solo per generare copie malriuscite dell’originale, conservandone tutti i difetti ma non assumendone, almeno, anche i pregi. Secondo gli assiomi della cultura dominante nella modernità occidentale, invece, le differenze sono lette unilateralmente come frutto di stereotipi culturali, dunque nefaste, e si propone un modello unico maschile/femminile di relazione interpersonale e ruolo e funzioni sociali. Per ottenere questo obiettivo, come documenta Alessandra Nucci in “La donna a una dimensione” (Cortina editore), si opera in duplice direzione. Sul lato maschile svalorizzando negli uomini i caratteri della virilità, sul lato femminile incentivando invece gli stessi caratteri e puntando contemporaneamente a svalorizzare quelli tradizionalmente femminili senza peraltro, impresa impossibile, riuscire a rendere identici i due generi ma piuttosto producendo situazioni schizofreniche. Rispetto alle donne la prima e più importante conseguenza è la svalorizzazione del corpo e delle sue funzioni naturali. La maternità, ad esempio, viene considerata da un lato un noioso incidente di percorso o comunque un ostacolo alla carriera e all’emancipazione, mentre dall’altro viene vista come un diritto assoluto della donna per soddisfare il quale si incentivano le invadenti tecniche di fecondazione artificiale (che noi preferiamo definire “fabbricazione artificiale della vita”), considerando talvolta la donna depositaria unica del diritto di vita e di morte sul figlio. Ma non solo, pensiamo ad esempio al farmaco che blocca le mestruazioni e all’avveniristico utero artificiale, a tutto ciò insomma che finisce per medicalizzare il corpo inducendo a percepirlo come malato in sé, e in definitiva a medicalizzare la vita stessa. Il risultato dei messaggi contradditori per la maggioranza delle donne è un’oscillazione continua fra senso di onnipotenza e depressione cronica, nonché alla fine la solitudine di tutti, femmine e maschi. Crediamo che sia necessario un grande sforzo di riflessione che coinvolga il genere femminile (e naturalmente per quello che lo riguarda anche il genere maschile) teso a ripensare natura e senso dell’egemonia culturale degli ultimi decenni, ivi incluso il femminismo nelle sue diverse declinazioni che è diventato alleato e insieme strumento del potere economico/politico/finanziario. Quest’ultimo, ancorché esercitato ancora oggi in grande prevalenza da maschi, corrisponde a quello che Claudio Risé definisce la dominanza dell’archetipo della Grande Madre, i cui caratteri non è possibile qui illustrare, ma che nella sostanza è psichicamente regressivo verso uno stato di perenne adolescenza ed è tanto antimaschile quanto antifemminile.

[08 gennaio 2009]