Sabato, 23 Ottobre 2021

Ricordo del mio maestro Antonio Pio Pens

di Armando Ermini

Ho avuto una grande fortuna da bambino. Il mio maestro alle elementari era un maestro maschio e non una maestra. Si chiamava Antonio Pio Pens (in verità, poiché nei documenti ufficiali era scritto Pio Pens Antonio mi è sempre rimasta l’incertezza di quale fosse il nome proprio. Perchè allora il maestro non si chiamava per nome ma sig. Maestro o al massimo Maestro), e chissà se qualche suo figlio o nipote leggerà queste righe.

Mi piacerebbe. Sono ormai passati quasi sessant’anni dal primo emozionante giorno di scuola e più di cinquanta dall’ultimo, ma lo ricordo benissimo. Mi sembra ancora di vederlo, quando entrava in classe vestito con giacca e cravatta e noi ci alzavamo per un saluto che era di rispetto e d’affetto, quando alimentava con ciocchi di legno la vecchia ma efficientissima stufa di cotto, o versava nei bicchieri che ciascuno si portava da casa il latte pastorizzato (allora era una novità) che il Comune distribuiva gratuitamente. Era un grande innovatore, il mio maestro. Per interessarci organizzava lui stesso, in aula, lo scambio di figurine da attaccare agli album di collezioni che a suo giudizio erano utili per apprendere qualcosa divertendoci. E non sempre vestiva con giacca e cravatta. Non lo faceva, per esempio, quando a sue spese dipinse personalmente di verde pastello quei tetri banchi di legno marrone su cui allora ci sedevamo. Lavorava nel pomeriggio, perché allora non c’era il “tempo pieno” e la scuola non era un parcheggio per figli di genitori troppo indaffarati altrove. E suppongo non avesse la cravatta neanche quando tappezzò le mura della classe di tante lavagne quanti eravamo noi allievi, ciascuno la propria, divisa da quella del compagno vicino da una striscia di colore verde come i banchi. Ricordo anche le discussioni col direttore didattico, un sardo di piccola statura, al quale tutte quelle novità dovettero sembrare stramberie insensate. E dove li mettiamo quegli splendidi presepi, con tanto di grotte e montagne, che per Natale costruiva in classe col nostro modesto ma volonteroso aiuto? Non era una mamma, il mio maestro. Piuttosto un padre, anche burbero e deciso quand’era il caso. Come quella volta che mi espulse dall’aula perché parlavo troppo, o quando su un tema malfatto tracciò questo lapidario giudizio a corredo di un semplice “Visto”, equivalente ad un sonoro tre che non volle esplicitare per non umiliarmi. “Mi aspettavo di più e meglio da te. Chiacchiera meno!”
Lo vedo ancora quel giudizio tracciato con la matita rossa. Mi è rimasto impresso nella mente per sempre. Era un tema sulla lana, che avevo corredato con un disegno di sciatore con tanto di maglione. Da qualche parte lo conservo ancora quel quaderno che per mesi tenni nascosto ai miei genitori per scansare ulteriori rimproveri. Già, perché allora né mia madre né tantomeno mio padre si sarebbero lontanamente sognati di contestare il mio Maestro in nome della sacralità del figlio “intoccabile”. Grazie ancora sig. Maestro.