Venerdì, 23 Luglio 2021

Come è nata la campagna “Per il padre” [2]

Perché i maschi dovrebbero interessarsi a questo discorso?…

Cari amici vorrei dire solo questo a proposito. Per me il padre, se è padre e maschio, non solo può ma deve dire la sua sull'aborto. L'anno scorso a Meransen sopra Bolzano ho trovato un’icona di San Cristoforo particolare, quello con l'alluce grattato dalle donne. Con la polverina facevano krapfen affinché il buon gigante concedesse una gravidanza sana ed a buon termine. Egli veglia anche sulla gravidanza. Il maschile c’entra con il passaggio dalla vita alla morte e viceversa. Ci sarà un motivo per quell'alluce grattato di uno dei simboli del maschile...

Antonello

Cari amici, vi scrivo dalla Svizzera. Non mi intrometto nella discussione sull'aborto essendo in un altra nazione.
Posso solo ricordarmi che quando si discuteva qui da noi il tema, a causa di una votazione popolare, i soli che mi ricordo avessero sensibilità e attenzione fossero, stranamente per me, i movimenti cattolici. Ho fatto un po' di dialogo con donne sul tema qui da noi (ma non so se le donne che mi scelgo di frequentare o che mi scelgono siano rappresentative).
Queste donne mi dicono, riassumendo, che trovano del massimo interesse la discussione sul fatto che il padre potrebbe voler avere il figlio a discapito della volontà della donna, ma dicono che l'ultima decisione dovrebbe essere ripartita diciamo 60% per le donne e 40% per gli uomini. E che cioè, dovrebbe essere comunque la donna a dire l'ultima parola.

Niente di nuovo, se non la voglia di vedere i maschi molto più coinvolti e responsabilizzati. A questo aspirano. Gli uomini invece al riguardo sono un po' freddini. Lasciano in genere programmare alla donna queste cose, oppure chiedono l'aborto se è il caso. A questo proposito c'è ancora molto da lavorare, sugli uomini.

Daniele

Una questione molto vicina alla dimensione del Selvatico e di ciò che è vivente…

Cari amici,

la ricca discussione sull'aborto, non certo la prima che compare in lista e sul sito, mi richiede alcune precisazioni.
Dal punto di vista del Selvatico, uomo e mondo selvatico, lo Stato moderno, fabbricato da leggi e interessi imposti con la forza attraverso la manipolazione del consenso, é un ingombro di cui non si può fare a meno (fino a quando ci muoviamo nei penosi strascichi della modernità), ma che, certo, é meglio ridurre ai minimi termini, in quanto profondamente dannoso alla selva (dentro e fuori di noi).
Dunque meno regole ci sono, meglio è.
Il Vivente invece, ci interessa in modo particolare, ed anzi, ce ne prendiamo, come Selvatici, la responsabilità. Dunque anche del bambino concepito.
Il Vivente ci pone una sfida elementare, eterna, in termini premoderni: o lo si lascia essere, o lo si uccide. Questo Stato a basso tasso di regole, che personalmente io preferisco, deve tuttavia scegliere, come ancora fa (sia pur, nella modernità, con ambiguità crescente), se punire o accettare l'omicidio. Che in tempi premoderni era pressoché l'unico reato perseguito, ed oggi viene ancora punito, ma con molte eccezioni. Tra le quali l'aborto.
Sul bimbo concepito, la posizione maschile archetipica é quella di Apollo, così ben riferita da Eschilo nell'Orestea: "La madre non è genitrice di quello che si dice suo figlio, essa nutre soltanto il seme. Generatore è l'uomo che feconda. Ed essa come ospite, salva il germoglio, se un dio non l'abbia prima distrutto".
Una posizione poi ribadita da Gesù, nella sua insistenza ad accogliere i bambini, e nel paragonarsi a loro. La cultura maschile è infatti quella che si sviluppa nell’asse padre-figlio, e maestro-discepolo. Quando quest’asse si rompe, l’identità maschile perde forza, ed entra in crisi. E con essa la Comunità.
Su questo terreno sono in campo forze che trascendono di gran lunga la nostra condizione storico-sociale, e le nostre biografie. Forze che riguardano direttamente il vivente, ed il suo sfondo archetipico, divino: dunque ciò che noi abbiamo scelto –come movimento - come elementi di orientamento.
Di queste forze l'uomo, in quanto creatore di forme, é il rappresentante nel mondo, se é all'altezza del proprio compito di maschio. Il che significa che una legge, come quella attuale, che consente che la donna getti il vivente, senza che l'uomo sia neppure consultato, é profondamente empia (oltre che stupida, ma questo é il meno), proprio dal punto di vista del Selvatico e del Primordiale da cui noi ci poniamo. Ed é inutile, anzi impossibile, a mio parere, discutere dei diritti dell'uomo maschio, o porci come suoi difensori, se egli -noi stessi- non é/siamo neppure in grado di far valere la sua-nostra autorità , e protezione, su ciò di cui é-siamo creatori, e responsabili.
Essere uomini é difficile, e impegnativo. Apollo guarda, dal Belvedere (una sua immagine, dell'Apollo del Belvedere, appare di frequente -non a caso- sul nostro sito). Il suo sguardo limpido, che trapassa ogni singolo uomo, come appunto lo sguardo del Dio, non si lascia facilmente imbrogliare. Nessuna vera difesa della maschilità sarà possibile (ma anche credibile), se non si riporta al suo onore, ed onere, la figura paterna.
Senza di ciò l'uomo, ridotto a vanesio Puer, non potrà (come non ha potuto), difendersi dalla sete di potere della Grande Madre. Che getterà i suoi figli, e gli strapperà i coglioni.
PS
A mio avviso questo dibattito non é stato esente da "cartoline", come le ha acutamente chiamate Rinaldo.

1 una é quella dei diritti particolari della donna sul "feto" per il fatto di averlo dentro di sé. Anche il corpo del padre é costantemente occupato, dalla mattina alla sera, da gesti, e pensieri, destinati alla vita della prole, e della compagna. ma ciò non é mai stato considerato (anche dalle società più “primitive”) ragione sufficiente per ucciderli, quando non ne poteva più.
E’ vero che a volte li abbandona, e ne mette così a rischio la vita. Ma costui è un povero uomo, che possiamo compiangere, ma dal cui infantile egoismo siamo distantissimi.

2 un'altra é la convinzione: "per ogni donna, ogni aborto é una tragedia".
Purtroppo, non é così netto. Può esserlo ( e non sempre così appare) a livello inconscio. Ma - io ho visto molte donne decidere di abortire - spesso é una decisione drammatica, a volte invece una liberazione, un sollievo, o, semplicemente, una grana noiosa. Ciò, non perché la donna sia particolarmente cattiva, ma proprio perché la vita non é una cartolina, e perché soprattutto, come insegna Apollo, il seme é dell'uomo. Perderne il frutto non sempre é -per la donna- una tragedia.
Loro stesse, e non solo le stuprate di Bosnia -hanno lasciato veridiche testimonianze di ciò. La cartolina della tragedia obbligatoria serve solo ai politici, per giustificare l'aborto legale (che, come ogni evitamento delle difficoltà inerenti alla vita, procura voti), e agli uomini insicuri, per sentirsi più importanti nella vita delle compagne.

Claudio

Divorzio e aborto pari sono?

Cari amici vi passo stralci da alcuni articoli da IL Tempo comprensiva di un'intervista al Presidente della sezione romana dell’Associazione Papà Separati di Milano. La vecchia legge sarà rivista a metà gennaio dalla Commissione Giustizia della Camera. I figli non sono solo della mamma.
Nelle coppie separate l'affidamento sarà condiviso da entrambi i genitori. Se non è una rivoluzione per i figli di genitori divisi o divorziati poco ci manca perché la legge che sarà in calendario alla commissione Giustizia della Camera a partire dal 14 gennaio segna un cambiamento totale di prospettiva dell'intervento dello Stato quando la famiglia con prole va in frantumi. I genitori saranno obbligati a mettersi d'accordo nel superiore interesse dei figli e l'affidamento non sarà più appannaggio di un coniuge, di solito la madre, con il sottinteso ruolo decrescente dell'altro coniuge.
Una proposta che rovescia il termine della questione: se salta la famiglia non si parte dai coniugi ma dai bambini e dalle loro esigenze. L'affidamento condiviso con responsabilità definite dal giudice, questo il «nocciolo duro» della riforma, sarà la scelta assolutamente prevalente con la nuova normativa destinata, se approvata, ad incidere profondamente sulla realtà sociale di tutti i giorni e affida congiuntamente a tutti e due i genitori il compito di tutelare i figli e la loro formazione: non solo coniugi separati ma ancora padre e madre.
Il problema tocca direttamente oltre un milione di bambini (dati del '98), figli di quel 25% di coppie che si separano. Nella quasi totalità (oltre 1l 90% dei casi) i figli vengono attualmente affidati alla madre e la scelta del padre è spesso « residuale», frutto cioè di situazioni particolari.
La vita familiare dei bambini figli di genitori separati è scandita dai fine settimana alternati con i genitori e dai 15 giorni di vacanze con il genitore non affidatario, in estate: una «contabilità» dell'affetto spesso «terremotata» da lotte, litigi, dispetti con ripercussioni sull'equilibrio psicologico dei figli. La proposta di legge «ripesca» una norma, quella dell'affidamento congiunto, previsto già dal 1975 disattesa di fatto nella vita di tutti i giorni.
Con la proposta di legge si mira solo a mantenere il rapporto genitori-figli. L'affidamento condiviso diviene la scelta principale e «ordinaria». L'affidamento ad un solo genitore diviene l'eccezione ma solo le decisioni più importanti saranno obbligatoriamente congiunte. L'alternanza è quindi nelle responsabilità e non nei fine settimana.
Quale che sia il genitore al momento convivente con i figli, tutte le possibilità di contatto con l'altro coniuge dovranno essere raccolte e utilizzate. Non si potranno più opporre dei no all'offerta del coniuge non convivente di andare a prendere il figlio in palestra o a scuola, ad esempio. La casa come luogo di incontro: la casa coniugale sarà assegnata nell'ottica della nuova «filosofia», eliminando la possibilità che il continuare a fruire di essa comporti un vantaggio economico iniquo, visto che il genitore che trascorre minor tempo con i figli ha la necessità di disporre del medesimo spazio per accoglierli nei momenti stabiliti.
Quindi la casa coniugale è spazio comune di incontro. Se uno dei genitori punta ad una trasferimento lontano per «sottrarre» ai figli il ruolo dell'altro genitore i figli hanno voce in capitolo potendo decidere anche di restare con il genitore che non si sposta.
L'INTERVISTA: papà divorziati: «Un segno di democrazia»
Ora il timore è che la lobby degli avvocati matrimonialisti ostacoli l'iter legislativo. «QUESTO progetto di legge è un segno di democrazia, è un primo passo avanti verso il cambiamento di una situazione veramente anacronostica. Siamo l'ultimo paese in Europa ad arrivare all'affidamento condiviso. Spero che diventi legge al più presto, ma la nostra associazione ha paura che gli interessi delle lobby di categoria possano ostacolare l'iter legislativo o
stravolgere completamente la legge. Non dimentichiamo che la Commissione Giustizia della Camera è formata da avvocati... E gli avvocati, come gli psicologi e gli psichiatri, hanno troppi interessi economici in ballo nel conflitto tra coniugi».
Antonio Matricardi, presidente della sezione romana dell'associazione «Papà separati», è soddisfatto della notizia, ma non ama farsi illusioni e lancia accuse. Già in altre legislature la sua associazione aveva presentato un progetto simile, ma non se ne era fatto nulla.
«Questo provvedimento, per la prima volta, mette al centro della separazione il figlio con le sue esigenze, come quella di non veder cancellato un genitore - spiega Matricardi - Noi vogliamo che a fronte di un contesto sociale ormai mutato, diventi normale e obbligatoria la complementarietà del ruolo genitoriale. Il progetto educativo va condiviso come ogni momento importante della crescita di un figlio. L'affidamento univoco facilita la deresponsabilizzazione e il conflitto continuo. Naturalmente, questo progetto non è la panacea di tutti i mali.
Noi, infatti, chiediamo che in presenza di violazioni delle disposizioni del giudice riguardanti i figli, ci sia un percorso privilegiato e d'urgenza per l'immediata risoluzione dei casi. Ma sappiamo che non sarà facile». Matricardi sottolinea che «la centralità del figlio non è mai stata presa seriamente in considerazione nelle separazioni, che durano in tribunale non più di 10 minuti. Inoltre, i coniugi arrivano impreparati e spesso non sanno nemmeno che cosa stanno facendo. Questo è gravissimo, ma spiega molto bene perché in Italia fare l'avvocato matrimonialista o lo psicologo per ragazzi è diventato un vero business».

Paolo Pace

Cari amici

questa sera ho saputo di due coppie che si sono separate (cugini parenti o figli di parenti).
Dovete sapere che, con l'ondata d'immigrazione del 1960, qui a Torino si è creata una piccola comunità di Umbri (Eugubini).
Una decina di famiglie che con i rispettivi figli (due o tre per famiglia) si sono frequentati negli ultimi quaranta anni, trovando un po' di reciproca amicizia in questa terra piemontese neanche poi troppo inospitale.
Ora, per l'ultimo dell'anno, ci sarà, a casa di mia madre, l'ennesima rimpatriata, questa volta dei soli genitori: dopo tanti anni, coppie sposate ormai da 40-50 anni che, con una certa tranquillità d'animo, affrontano gli ultimi anni che gli sono riservati dal destino, insieme in compagnia mangiando, bevendo, giocando a carte e chiacchierando di questi benedetti figli: figli quasi tutti separati!
E pensate che pur discendendo da emigrati (ex contadini) alcuni sono avvocati penalisti, altri architetti, uno addirittura primo violino al Teatro Regio.
Eppure, tutti separati. O noi figli non abbiamo capito un cazzo, o non hanno capito un cazzo loro, i genitori (ma di questo dubito assai:uomini con la U maiuscola, e donne che dai 30 ai 40 saranno anche state un po' zoccole, ma sul lungo periodo devote).
Cari amici, non è che per caso sarebbe da rivedere anche la legge sul divorzio? Mi sembra che a conti fatti si usi male la libertà, che poi è la libertà di rovinarsi e di lagnarsi in solitudine.
Molto spesso dico a mia sorella, che è separata e si lamenta che è sola con due figli e che non trova qualcuno che voglia vivere con lei: gente come noi (prolet) ha una sola possibilità nella vita, nonostante pensi il contrario (influenzata dai tabloid che riportano la cronaca dell'ennesimo matrimonio del vip di turno). Stesso discorso circa la legge sull'aborto: mia sorella è la terza (tardiva) di tre fratelli, mia madre mi racconta spesso di come nella sala di aspetto privata del dottore nella clinica tal dei tali disse a mio padre: teniamola!
Il fatto è che a quei tempi pre legge sull'aborto si abortiva eccome, ma costava come tre stipendi di un operaio, alla fine uno diceva: ma, magari mi conviene tenerla sta creatura. E di casi di ultimi fratelli tardivi ne conosco almeno quattro tra i miei amici, di cui uno è mia moglie, nata 10 anni dopo suo fratello.
Conoscendo la tirchieria (giustificatissima) di mio padre credo che sia andata proprio così: si sarà fatto due conti, e.. ecco mia sorella! gioia di tutti noi. Riassumendo: come è possibile che almeno dieci coppie di ormai settantenni o quasi abbiano vissuto la loro (direi accettabile, ma forse bellissima) vita, ancora insieme e con in media tre figli, mentre i loro figli ingrati, con tutti i loro soldi, passano da un fallimento sentimentale all'altro alcuni magari anche senza figli? Ste cazzo di conquiste del ‘68 non è che sono state delle grandi BUFALE? (e che quindi la legge sull'aborto ha fatto aumentare gli aborti e quella sul divorzio le separazioni? e tutte due insieme abbiano fatto aumentare l'infelicità su questa nostra terra di poveri italiani passionali e calcolatori? - come diceva Leopardi?)
Grazie della pazienza il vostro lumpenproletar cantore

Massimo

Scrive Massimo nella sua mail, come sempre densa di immagini di vita autentica e per questo anche poetiche: "Ste cazzo di conquiste del '68, non è che sono state delle grandi BUFALE?", riferendosi al divorzio e all'aborto. SI, sono state bufale perché credevamo di rivoluzionare il mondo (e già questo universalismo conteneva l'errore), mentre non facevamo altro che contribuire ad adeguarlo alle "esigenze" della società grandematerna che andava definendo i suoi tratti caratteristici.
Proprio per questo, però, direi che il '68 non è stato in realtà causa, ma effetto indotto e "necessario", come i "progressisti illuminati" già allora avevano intuito, tanto da guardare con simpatia alla spinta "modernizzante" di quegli anni.
Sbollita la spinta alla palingenesi sociale, è rimasta appunto la "modernizzazione" di costumi e istituzioni, i cui effetti oggi constatiamo. Il racconto della comunità eugubina che si riunisce in Piemonte mi ricorda le idee "reazionarie" di Pasolini e la sua nostalgia per un mondo fatto di identità e di radici culturali che il "progresso" aveva spazzato via.
Fra i vecchi immigrati questa usanza era comune. La mia donna, di origini furlane e trapiantata a Roma dalla nascita, mi racconta della tenacia e dell'entusiasmo che animava suo padre nel riunire i friulani della capitale. Quelle vecchie coppie di cui parla Massimo sono il simbolo di una radice comunitaria che non vuole essere assorbita e dispersa in un indistinto e omologante universalismo cosmopolita di cui Torino, Milano e per altri aspetti Roma, sono in Italia le capitali.
Vorrei sbagliarmi ma credo che fra i giovani queste usanze siano ormai inconsuete.
Anche l'immagine del proletario che, illudendosi di poter scimmiottare il Vip ha in realtà "una sola possibilità" nella vita", mi ha molto colpito per la sua forza di verità. Non vorrei però si scambiassero le cause con gli effetti, soprattutto riguardo al divorzio. Con tutte le revisioni legislative che sono sacrosante (affidamento dei figli nelle separazioni, intervento paterno nell'aborto), va detto tuttavia che queste leggi non ne sono la causa prima. E' il nostro modo di vivere che induce a considerare tutto nell'ottica dell'usa e getta, del consumo; anche l'unione con un'altra persona, anche il concepimento di un figlio. La scomparsa (voluta) delle reti protettive comunitarie, ha fatto il resto.
Credo comunque che mentre nell'aborto si tratta di inibire la possibilità di una vita, e nell'assolutezza di questa scelta sono coinvolti tutti, credenti e non, nel divorzio, col rispetto dovuto a chi crede nel matrimonio come vincolo sacro, il problema si ponga in modo diverso, e sarebbe crudele costringere due persone divenute estranee o peggio nemiche, a restare formalmente unite. Il punto è semmai vedere il perché di tante separazioni e divorzi.
Penso dobbiamo riconoscere che se molte donne si sposano per "sistemarsi", molti maschi lo fanno perché sono dipendenti dal femminile, cercando nella moglie una sostituta della mamma accudente (il che non c'entra nulla con la divisione dei compiti nella vita di coppia), e sono incapaci di pensare sé stessi come soggetti autonomi materialmente e psicologicamente che scelgono il matrimonio assumendosi consapevolmente onori ed oneri che al maschio competono. La delusione reciproca è allora inevitabile.
E' su questo versante che vinceremo o perderemo la guerra. Sono d'accordo con Sandro quando dice che difficilmente, salvo eccezioni, una donna lascia un maschio che si comporti veramente come tale, con gli onori ed anche gli oneri di cui dicevo prima. Se fa parte delle onnipotenti irriducibili e se capisce, probabilmente non lo sposa.Ed in ogni caso sta anche a noi capire con chi abbiamo a che fare.

Armando

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