Domenica, 16 Gennaio 2022

Intervista a Studi Cattolici

a cura di Luca Gallesi

Giornalista – ha una rubrica tra le più seguite del supplemento femminile del Corriere della Sera Io Donna -, docente universitario di polemologia (la scienza che studia le guerre), psicoterapeuta junghiano e soprattutto autore di numerosi libri sulla condizione maschile, Claudio Risé ha recentemente promosso, assieme a un gruppo di intellettuali italiani, un appello a favore della figura del padre, sempre più emarginata dalla cultura occidentale moderna. Non si tratta soltanto di un appello teorico a difesa di astratti “valori”, ma di un’iniziativa che intende farsi promotrice anche di una precisa proposta di legge che favorisca il riconoscimento del ruolo del padre nella questione dell’aborto, ovvero che il padre possa opporsi all’aborto voluto dalla madre.

D. Quali sono le cause dell’indebolimento della figura paterna in Occidente?

R. Le cause sono da ricercarsi essenzialmente nei due parricidi commessi in Occidente: il primo inizia sostanzialmente con l’Illuminismo e diventa un fenomeno diffuso durante l’Ottocento e noto come la “morte di Dio”, ossia la separazione dell’umanità dalla dimensione del sacro e l’allontanamento della figura del Padre dalla vita dell’uomo; a partire dal Novecento, e in modo ancora più incisivo dopo la Seconda guerra mondiale, a questo primo parricidio se ne aggiunge un secondo, e cioè la vera e propria abolizione dalla vita della famiglia e dalla formazione dei giovani della figura paterna, che viene prima gradualmente e poi completamente assorbita dall’azienda. Pensiamo che il tempo libero dei padri americani che svolgono un lavoro dipendente diminuisce del 20% tra il 1929 al 1990. In una fase di espansione economica, industriale e commerciale il tempo libero va dunque verso la totale estinzione.

D. Oltre che di minore “quantità” di tempo dedicato alla famiglia, si può parlare anche di scarsa “qualità” del tempo stesso, ossia di una carenza di valori da proporre e di modelli da indicare ai figli?

R. Le cose vanno di pari passo. In Occidente, soprattutto a partire dalla nascita della grande Corporation in poi, si diffonde un nuovo modello di figura paterna e quindi un nuovo modello di famiglia e di società: la figura moderna della tarda modernità - o del tardo capitalismo, se preferiamo - è un uomo che lavora in azienda, la cui funzione è quella di procacciare denaro per aumentare lo status di se stesso e della sua famiglia. La funzione educativa scompare del tutto; il fatto che il tempo diminuisca fa parte dello stesso processo secondo il quale l’uomo non deve più educare e non deve aver più nulla a che fare con la regolamentazione della procreazione che diventa per la prima volta – ed è un fatto antropologico - sempre più prerogativa riservata alle donne. Così l’uomo viene espulso dalla famiglia e per certi versi anche dalla società, dove è presente solo come produttore di reddito. Non è più un produttore di norme, come vuole la simbolica legata alla figura del padre, da quello celeste a quello famigliare, e nemmeno di valori: è solo un produttore di reddito che va a sostenere i consumi che sono l’obiettivo principale di questo tipo di società.

D. La rivoluzione sessuale, con la conseguente liberalizzazione dei costumi derivata dalla diffusione dei contraccettivi, ha svolto un ruolo in questo sbiadimento del padre?

R. Sono fenomeni interessanti ma li ricondurrei tutti all’interno di questo processo, compreso il movimento femminista che si sviluppa, come gli altri fenomeni, all’interno del vuoto lasciato dall’assenza della figura paterna. Vanno cioè a riempire uno spazio che non è più occupato dall’uomo-padre. La posizione che ho sostenuto in tutti i miei libri, dal Maschio selvatico (Edizioni red) in poi, è che per esempio il femminismo, al quale è stato attribuito un grande ruolo in questo mutamento di costumi e di orientamenti morali, in realtà non l’ha mai avuto, come per altro sostengono anche numerose ex-protagoniste del femminismo, oggi molto critiche sui risultati ottenuti. Penso per esempio a Germaine Greer, che denuncia il fallimento completo del femminismo perché non è riuscito ad affermare la simbolica che gli stava dietro e si è tradotto in un discorso di potere omogeneo agli interessi della società dove c’era questo vuoto paterno e maschile da riempire.

D. La Chiesa cattolica, con la sua dottrina millenaria che prevede il sacerdozio riservato agli uomini celibi può contribuire a rallentare questo processo di femminilizzazione della società?

R. Io spero fortemente che la Chiesa cattolica, forte del suo patrimonio scritturale di cui è portatrice, giochi il suo ruolo fino in fondo nella società, ribaltando i risultati del vuoto di posizioni maschili che ci troviamo a subire a causa degli interessi economici della società. C’è bisogno di riaffermare l’importanza della figura paterna anche all’interno della vita spirituale e della dimensione religiosa di ciascuno di noi. Se la Chiesa cattolica insiste a difendere i valori che ha sempre difeso, questo può avere importantissime conseguenze nella società.

D. Possiamo attribuire al pansessualismo dilagante e al conseguente disordine dei costumi sessuali un ruolo importante nella disgregazione della società?

R. Anche in questo caso secondo me ci troviamo di fronte a una conseguenza, più che a una causa. Nello smarrimento dell’identità e nello smarrimento dell’identità sessuale la ricerca ossessiva e sfrenata del piacere sessuale diventa una manifestazione del delirio di onnipotenza in cui l’individuo si ritrova nel tentativo di bilanciare la propria impotenza. Per cui l’idea che tutto sia permesso e che ogni sessualità sia possibile è una conseguenza della fantasia di onnipotenza di un individuo privo di equilibrio.

D. Anche l’omosessualità viene proposta come modello “normale”, e si arriva addirittura a teorizzare una “famiglia” omosessuale…

R. L’omosessualità è un comportamento umano registrato da sempre, ma il ruolo che sta assumendo nella società occidentale di questi ultimi anni è una conseguenza di quanto dicevamo prima; la sparizione della figura paterna, sottraendo il giovane maschio a ogni esperienza di iniziazione alla propria dimensione maschile lo lascia in qualche modo in una terra di nessuno che viene, per forza di cose, occupata dalla sfera di influenza materna; è sempre più diffusa la situazione di “figli senza padre”, condizione che rende il giovane maschio più in sintonia col mondo femminile; atteggiamento questo che lo induce ad avere una avversione per il mondo maschile e lo spinge a cercare in direzione di una propria omosessualità; la sua curiosità anche verso il corpo maschile, causata dall’assenza del rapporto col padre, viene quindi trasferita verso un altro uomo, su cui viene caricata di valenze affettive ed erotiche frutto sempre dell’assenza paterna.

D. Fa bene il Catechismo della Chiesa Cattolica a condannare l’omosessualità?

R. Non ho l’autorità per esprimermi su una condanna di tipo spirituale; come psicanalista quello che posso dire è che non sempre l’omosessualità, o per lo meno l’episodio omosessuale, ha una natura essenzialmente patologica e distruttiva; spesso, e in questo sia Freud che Jung erano d’accordo, dietro una spinta omosessuale c’è una ricerca di conoscenza, tipico ad esempio di quella fase omosessuale ormai scomparsa in questo generale caos, tipica dei ragazzini pre-puberi che cercano un approfondimento della loro identità maschile o femminile. Come operatore della psiche posso solo constatare la presenza di una ricerca identitaria dietro una sessualità “sana”. Una società che tende ad abolire completamente le differenze sessuali indipendentemente da qualsiasi ordine simbolico, è una società profondamente patologica.

D. Lei è il promotore, con altri intellettuali, dell’appello significativamente intitolato “Per il padre”. Di che cosa si tratta, esattamente?

R. Il senso più generale di questo appello è quello di promuovere, attraverso un dibattito che coinvolga il maggior numero di componenti della società civile, una nuova cultura del padre. La figura paterna è stata distrutta in silenzio, e ci troviamo quindi dinanzi a un vuoto che oltretutto non è nemmeno dichiarato. Di fronte a questa pericolosissima situazione, una sorta di buco nero nell’esistenza tanto individuale quanto collettiva, noi chiediamo una discussione forte e chiara sul senso della figura paterna nella vita umana e nella società europea e occidentale. All’interno di questo discorso generale, menzioniamo subito un punto importante e significativo di questa rimozione di qualsiasi potere decisionale per il padre nel processo procreativo, ed è il caso del padre che fortemente desidera il figlio concepito che la sua compagna desidera abortire. Sono situazioni più frequenti di quanto non si creda: il maschio è sempre sconfitto e così il bimbo viene abortito. Riteniamo questo caso emblematico dell’impotenza paterna e pensiamo che questa battaglia possa essere efficace a condurre il tema dell’identità maschile al centro del dibattito culturale.

D. L’aborto è la seconda tappa, dopo il divorzio del processo di disgregazione dell’unità familiare. E’ uscito recentemente per le Edizioni Ares Ripensare il divorzio, saggio che propone l’ipotesi provocatoria di un matrimonio civile indissolubile per le coppie che lo desiderassero. Cosa ne pensa?

R. E’ un’idea legittima, nel senso che se una coppia ha questo desiderio, lo Stato dovrebbe assecondarlo. E’ una manifestazione di libertà che ritengo importante.

D. Per concludere torniamo all’attualità: è recente l’ipotesi di condanna dei genitori del ragazzo che ha ucciso a scuola la sua compagna di classe, genitori che sono stati ritenuti responsabili del comportamento omicida del figlio per non aver proposto modelli educativi in grado di limitare le pulsioni omicide del figlio. E’ una condanna legittima?

R. Mi pare una cosa gravissima, perché siamo di fronte ad una società che da una parte priva le figure genitoriali e in particolare il padre di ogni possibilità di intervento educativo nei confronti dei figli e poi li punisce nel caso in cui l’educazione fallisca. Mi sembra un caso di malafede e di schizofrenia pubblica molto grave. Come padre di due figli intendo a questo proposito ricordare la mia durissima battaglia contro le terribili potenzialità distruttive del mezzo televisivo. I genitori che abbiano questa preoccupazione sono assolutamente isolati in mezzo alla società. Isolati dalla scuola, perché il loro intervento di contenimento della televisione è considerato un negativo atteggiamento di isolamento del bambino nei confronti del mondo in cui vive, e viene naturalmente considerato negativo anche dai produttori di programmi televisivi e dalle autorità che consentono che questi programmi vengano trasmessi. Si tratta non solo di programmi “cretini”, come giustamente ha ricordato la moglie del Presidente della Repubblica, ma fortemente diseducativi e dissolutori di ogni messaggio di sviluppo morale. La totalità dei film e soprattutto dei varietà che vengono trasmessi sono l’ esempio di una volgarità sottile e cinica, svalutativa di ogni comportamento portatore di una tensione etica. Personalmente da moltissimo tempo non guardo la televisione; mi basta leggere quello che scrivono i giornali per sapere ciò che viene trasmesso e avere la conferma che il livello dei programmi televisivi italiani è il più basso d’Europa.