Lunedì, 14 Giugno 2021

Maschi e aborti

a cura di Armando Ermini

 

Su “Il Foglio” del 29 settembre 2005, Bia Saracini ed Eugenia Roccella, in due diversi articoli, toccano fra le altre cose il tema dell’assunzione maschile di responsabilità in fatto di aborti.

Scrive Sarasini nel pezzo titolato “Tra Ruini e i Pacs”:
Mettere le donne in grado di essere libere di non abortire, scrive Giuliano Ferrara contro la facile e individualistica RU486. Il primo intervento, l’unico che potrebbe dare un senso non misogino a questa posizione, sarebbe sugli uomini che non ne vogliono sapere della paternità. Questa si che sarebbe una bella guerra culturale.inedita e non conformista. Invitare gli uomini a pensare a tutti i figli che non hanno voluto, che hanno contribuito a non far nascere. Farne parola, riflessione pubblica. Sarebbe un modo per mettersi in giuoco, non svolgere solo il lavoro del giudice. La sociologia casalinga mi fa attribuire al rifiuto di un uomo almeno la metà degli aborti praticati. Ma naturalmente esistono aborti per scelta femminile, a volte anche in contrasto con il partner. E’ che non c’è solo la differenza del corpo, fra donne e uomini, quella che fa si che il concepimento sia per gli uomini una performance sessuale non distinguibile dalle altre. C’è tuttora una differenza di potere, perlomeno negli usi del discorso. Un’asimmetria persistente che permette all’uomo di rimanere sullo sfondo della scena, di scivolare via indenne e –lui si – senza dolore.

A sua volta Roccella, nel pezzo dal titolo “Perché con la Ru486 le femministe hanno perso la loro battaglia”, scrive:
[l’aborto]..è un compromesso raggiunto all’interno di una costruzione maschile della cittadinanza immaginata per il corpo dell’uomo, che non si sdoppia, che non sa generare. E’ un pensiero-limite, una legittimazione di quella morale concreta dell’aggiustamento che le donne hanno praticato per secoli, nella zona di confine fra il lecito e l’illecito, fra ciò che era consentito dalla legge patriarcale e ciò che ritenevano giusto secondo la propria esperienza di vita. L’aborto è una conquista ambigua……La Ru486 rende l’aborto realmente facile solo dal punto di vista culturale, abbassando la soglia di attenzione cosciente delle donne, e permettendo agli uomini di minimizzare la propria responsabilità (in fondo basta una pillola)…. La banalizzazione dell’aborto è legata all’indifferenza pubblica verso il valore sociale, culturale e simbolico della maternità, e porta con se una sostanziale mancanza di rispetto verso il corpo femminile…

Alcune obbiezioni mi sembrano evidenti. Non si capisce infatti come, secondo Roccella, dovrebbe essere una legge non “patriarcale” sull’aborto; in cosa dovrebbe differire dalla 194 che in pratica lascia alla donna la totale autodeterminazione su di sé e sul figlio che porta in grembo?
E se è vero che la banalizzazione dell’aborto implica la svalutazione del valore della maternità e del corpo femminile, il fatto che al padre non sia riservato alcun ruolo significa a sua volta negarne l’importanza rispetto al figlio, ma più in generale rispetto alla vita. Ancora, senza negare la differenza dei corpi, è arbitrario il racconto di Sarasini sul concepimento. Per chiarire: quando in un determinato atto sessuale non c’è volontà di concepire, non si capisce perché per la donna avrebbe una valenza diversa da un altro. Quando al contrario esiste questa volontà, come può l’autrice sostituirsi all’uomo nel racconto del suo vissuto psichico, affermando che per lui il concepimento sarebbe una normale performance sessuale? Si occupi, giustamente, del vissuto femminile e non pretenda di raccontare, sintomo di onnipotenza, anche quello maschile.
Mi sembra sbagliato, insomma, leggere la questione aborto principalmente in termini di contrapposizione fra i sessi. Trattandosi del potere di vita/morte sul più debole e indifeso ci coinvolge tutti, e la guerra culturale auspicata da Sarasini, prendendo per buono il dato che circa la metà degli aborti sono decisi in autonomia dalle donne, dovrebbe riguardare anche queste ultime.

Detto ciò , è però fuori di dubbio che il problema dell’assunzione maschile di responsabilità esiste, e non vogliamo né possiamo eluderlo.
Un uomo che spinge la propria compagna ad abortire o che la lascia sola di fronte a quella scelta terribile anziché aiutarla, durante e dopo la gravidanza, a decidere per la vita, è un uomo che tradisce se stesso e si delegittima, come maschio e come padre.
Tradisce, E. Pound direbbe per “ingordigia” (1), la vocazione maschile alla custodia e protezione del più debole, e, divorando come Crono i propri figli, si nega come iniziatore della e alla vita.
L’invito a mettersi in giuoco, a non fare “solo i giudici”, va dunque accolto perché giusto in sé ma anche perché è nel nostro stesso interesse. Il declino del maschile, infatti, non nasce dalle rivendicazioni femminili o nel momento in cui l’uomo detentore del potere pubblico ha riconosciuto alla donna questo o quel diritto, ma da quando ha iniziato a ritirarsi dalle proprie responsabilità nella relazione familiare, ritagliandosi un ruolo sempre più esclusivamente economico, nell’illusione che lì fossero il vero potere e il vero prestigio.
La legge 194 (votata da un parlamento composto in grande maggioranza da uomini), laddove esclude il padre anche dal diritto di parola è un passaggio fondamentale in questo processo. Nella vicenda di quella legge, al disinteresse maschile mascherato dietro un ipocrita rispetto per l’autodeterminazione delle donne, si affiancò la spinta di molta parte del mondo femminile verso l’affermazione, in astratto giusta, del diritto di autogestione del proprio corpo, dietro il quale non può non vedersi, però, l’avocazione a sé del diritto di vita e di morte sul figlio.
Quando Bia Sarasini chiama giustamente in causa gli uomini che hanno indotto tante donne all’aborto, dovrebbe anche rendersi conto che quella parte della legge, svalutando l’importanza del padre, ha funzionato come un potente fattore di deresponsabilizzazione maschile.
Oggi, e senza entrare nel merito della necessità di una legge sull’aborto, possiamo dire perciò che la 194, per alcuni suoi contenuti e per come è stata applicata, non ha messo le donne al riparo dalla solitudine e quindi dalla fragilità, e proprio nel momento in cui avrebbero più bisogno dell’aiuto e del supporto maschili.
E’ dunque sbagliato, e sarebbe necessaria una riflessione coraggiosa, interpretare i richiami sempre più numerosi alla riscoperta del padre come un tentativo di rivincita degli uomini.
Questi richiami, il Documento per il Padre di Claudio Risé (www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm) (2) ne è un esempio chiaro, muovendo dall’interesse primario dei bambini e dunque dell’intera comunità, fanno leva sul richiamo alla responsabilità paterna ed al piacere/desiderio di adempiere ad un dovere come compimento della maschilità. I “diritti” del padre ne sono soltanto, semmai, una conseguenza.

(1)..Il cuore fallico è dal cielo,
di giustizia la chiara fonte,
L’ingordigia lo svia

Ezra Pound, “Cantos”, Sezione Rock-Drill canto 99

(2) Per un commento più approfondito si veda il lavoro di Antonello Vanni, “Il padre e la vita nascente” (Francesco Nastro Editore, Luino, 2004, cQuesto indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.) , in cui l’autore propone una riflessione sul Documento dal punto di vista cristiano, insieme ad alcune proposte concrete per favorire il coinvolgimento dei padri.

A.Ermini

[ 06 ottobre 2005]