Venerdì, 03 Dicembre 2021

Paternità e cultura

Di Armando Ermini

Il dibattito pubblico sulla proposta di moratoria dell’aborto lanciata da G. Ferrara, è stato anche l’occasione per riaprire, seppure troppo timidamente, il tema della paternità. Soprattutto da parte di chi si è dichiarato contrario alla proposta di Ferrara in nome dell’esclusiva o prevalente competenza femminile sulle questioni della vita, si è molto insistito sullo speciale rapporto che lega la madre al nascituro e quindi sulla differenza di fondo fra maternità e paternità alla base della ineluttabile asimmetria. Che quel rapporto sia speciale e unico è evidente. Pur senza, in quanto maschi, sentirne l’intensità, la ragione è sufficiente per comprenderne l’esistenza. Dal punto di vista della biologia e del legame col corpo, la paternità si differenzia quindi dalla maternità, ancorché l’atto paterno della fecondazione sia altrettanto essenziale dell’accoglimento materno per la nascita di una nuova vita. La differenza è tanto vera che, ci dicono gli antropologi, l’umanità ha tardato a scoprire il legame fra penetrazione maschile e gravidanza femminile. Il padre è entrato sulla scena della generazione dei figli in un momento successivo alla madre. Significa dunque che è stata necessaria una “mediazione” culturale affinché il legame fra padre e figlio fosse conosciuto e riconosciuto. Non mi sembra ci possano esseri dubbi sul fatto che questo elemento di conoscenza ha costituito una radicale frattura nel modo con cui l’umanità percepisce se stessa. Ha dato al maschio/padre nuova coscienza di sé e della sua importanza, e contemporaneamente nuove responsabilità personali e dirette nei compiti di difesa della prole e della compagna. Insomma un vero e proprio salto nello sviluppo della civiltà umana.
Ebbene, è proprio lo “sforzo culturale” necessario per conquistare il concetto di paternità a costituire il suo “valore aggiunto”, perché di fatto si innesta, senza contraddirlo, al puro elemento di natura o meglio a ciò che di esso appare come evidenza immediata. La paternità è stata concepita e normata in modo diverso nelle civiltà che si sono succedute, ma nessuna di esse ha mai potuto prescindere dal riconoscimento della sua importanza, anche quando della paternità si sono massimamente sottolineati gli aspetti spirituali rispetto a quelli biologici. Si può quindi dire che la civiltà umana come la conosciamo da quando può essere raccontata storicamente, non sarebbe stata la stessa se il nesso padre biologico/figlio non fosse stato scoperto con un atto di conoscenza di immense e positive conseguenze sul piano culturale.
Così positive che l’antropologa americana Margaret Mead, non certo prona al potere “patriarcale”, ha potuto scrivere in Maschio e femmina (Il saggiatore, 1962):

“Così, alla base di quelle tradizioni che ci hanno permesso di conservare la coscienza della nostra umanità, v’è la famiglia, un tipo di famiglia in cui costantemente gli uomini mantengono e si prendono cura delle donne e dei bambini. In seno alla famiglia, ogni nuova generazione di ragazzi apprende ad essere sostegno adeguato e sovrappone alla mascolinità, implicita nella sua costituzione biologica, la parte di padre, che ha appreso dalla società. Quando la famiglia è abolita, come succede durante la schiavitù, in periodi di grandi sconvolgimenti sociali, durante le guerre etc. . . ., questa delicata linea di trasmissione si spezza. E’ probabile che in tali periodi . . . . . . i vincoli biologici tra madre e figlio ridiventino i più importanti, mentre vengano violate e falsate le speciali condizioni nelle quali l’uomo ha conservato le sue tradizioni sociali. Fino ad ora, nelle società a noi note, le società umane hanno sempre ristabilito le forme temporaneamente abbandonate. . . . . . . Fino ad ora l’abolizione della famiglia non s’è mai prolungata tanto a lungo da annullare negli uomini il ricordo di quanto sia preziosa.”

Oggi stiamo vivendo proprio uno di quei periodi storici di cui parla la Mead, nel senso che la famiglia è sotto attacco, i vincoli biologici fra madre e figlio sono esaltati mentre la paternità è svalutata come mai nel passato, fino a teorizzarne l’inutilità e la superfluità. E’ un processo che data ormai da tempo, almeno dall’epoca della Riforma, come documentano Dieter Lenzen (Alla ricerca del padre, Laterza, Bari 1994) e Claudio Risè (Il padre l’assente inaccettabile, Edizioni San Paolo, Milano 2003), ma con una particolarità del tutto inedita fino al recente passato: la possibilità di fecondare artificialmente una donna con sperma anonimo fino alle avveniristiche tecniche di riproduzione senza l’intervento maschile, neanche simbolico, in via di sperimentazione. Non sarebbe superfluo indagare se è stata la scienza a indirizzarsi su un tipo di ricerca che la cultura dominante antipaterna reclama e di fatto impone o, viceversa, se siano state le possibilità tecniche ad aver alimentato la convinzione che del padre si può fare a meno. Personalmente propendo per la prima ipotesi ma è molto probabile che come sempre i due fattori si influenzino e si alimentino vicendevolmente. Sta di fatto che siamo in presenza di un paradosso. Una concezione profondamente regressiva che si propone, in nome dell’esclusività del legame biologico madre/figlio, di riportare indietro la civiltà umana fino a tempi pre-storici, usa per il suo proposito le possibilità che la scienza moderna offre.
La modernità, al culmine della sua potenza, si rovescia nel suo opposto e ci riporta al tempo psichico antichissimo del matriarcato creduto naturale. I danni sociali prodotti dallo sbiadimento del principio paterno e dall’assenza dei padri concreti, sono stati ormai documentati oltre ogni possibile dubbio, anche se non per caso taciuti dai media, e non ritorno su di essi.
Mi interessa in questa sede, invece, sottolineare che quella che Alexander Mitscherlich definiva una società senza padre (Verso una società senza padre, Feltrinelli, Milano 1970), rappresenti il contrario del “progresso” civile e umano di cui si vantano essere portatori i suoi teorici (maschi ma soprattutto femmine). Si tratta in realtà di un formidabile regresso della psiche e della coscienza collettiva e individuale, e con esse della cultura in senso lato, ossia della civiltà umana. Già negli anni ’50 Erich Neumann (Storia delle origini della coscienza, Astrolabio, Roma 1978), definì il fenomeno come ricollettivizzazione e femminilizzazione della coscienza.
A noi non resta che sperare che abbia ragione Margaret Mead quando osserva che famiglia e paternità sono troppo preziose perché l’umanità possa davvero dimenticarsene, e soprattutto fare tutto quello che è in nostro potere perché ciò non avvenga. Ma se anche non riuscissimo nell’intento, se l’apocalisse psichica strisciante che stiamo vivendo giungesse a compimento, anche in tal caso, come nello splendido romanzo di C. McCarthy “La strada”, le residue speranze di rinascita della vita e della civiltà, saranno affidate ad un padre ed al suo bambino.