Venerdì, 03 Dicembre 2021

Per un nuovo padre

di Claudio Bonvecchio

Claudio Bonvecchio è professore ordinario di Filosofia delle Scienze Sociali presso il corso di laurea in Scienze della Comunicazione dell’Università dell’Insubria a Varese. Ricopre numerosi incarichi presso diverse istituzioni culturali ed universitarie. In particolare ha appena pubblicato il libro Apologia dei doveri dell’uomo per Asefi www.asefi.it

Un recente, drammatico, fatto di cronaca – un padre costretto ad accettare, contro la propria volontà e contro l’assunzione delle proprie responsabilità, la decisione abortiva della madre – riporta in primo piano il problema della figura del padre nella società attuale.
Ora, senza voler entrare nello specifico del caso sopra riportato, nondimeno non si può non leggerlo come emblematico di una progressiva e sempre più diffusa svalutazione del ruolo paterno, a tutto favore di quello materno. Il che non significa – sarebbe insensato farlo – auspicare un ribaltamento della situazione. Nessuno nega, infatti, l’importanza decisiva e straordinaria della madre non soltanto nel dare alla luce (il che è più che ovvio), ma nel allevare e formare il bambino. Parimenti nessuno – e men che meno il sottoscritto – mette in discussione la doverosa presa in considerazione del femminile, verificatasi negli ultimi quarant’anni. Non si tratta di invertire a-storicamente il corso degli eventi. Si tratta piuttosto di ribadire, con fermezza e con pacata chiarezza, che la figura maschile – il padre – non soltanto è fondamentale come coautore della procreazione, ma è decisiva nel processo di costruzione della personalità individuale e sociale del nascituro. Il figlio non è proprietà né della madre (come un certo sgangherato femminismo ha per anni rivendicato) né del padre: è piuttosto il frutto di un atto d’amore che – indipendentemente dai legami istituzionali – deve prolungarsi nel tempo, servendosi della specificità propria del maschile e del femminile per dar luogo ad una nuova, completa, personalità. Il che significa che entrambi i genitori, con pari responsabilità e pari impegno – ciascuno con la dignità e il sapere del suo sesso – sono tenuti a collaborare in un’azione che non è un dovere esclusivamente sociale, ma un dovere ed un impegno sacrale: aiutare la formazione di quell’uomo che, contenuto nell’embrione, prende una forma sempre più compiuta nel nascituro, nel bambino, nell’adolescente ed infine nell’adulto.
Se questo non avviene – come spesso capita per responsabilità femminile e anche per quella maschile – si arresta qualcosa, si genera una ferita le cui conseguenze sono gravissime, sia sul piano affettivo che su quello comportamentale. La psicologia, la psicoanalisi e la sociologia già da tempo hanno sottolineato gli effetti nefasti (ansie, nevrosi, insoddisfazioni, depressioni, patologie comportamentali) che ciò produce non solo a livello dell’individuo, ma anche a livello – non meno rilevante – della società e della cultura.
Ma, a dire il vero, la svalutazione del padre ha una ulteriore e altrettanto grave conseguenza: mette in discussione l’identità maschile, menomandone la dignità e l’importanza. L’uomo infatti non trasmette ai propri figli – maschi e femmine che siano – unicamente la propria eredità genetica. Trasmette una eredità simbolica che non si esaurisce solo nell’essere l’incarnazione super egale della società, della legge e delle regole sociali, come voleva Freud. Trasmette il modo maschile (simbolico) di vedere il mondo: modo che, notoriamente, è differente da quello - altrettanto simbolicamente importante - proprio del femminile. Si tratta di quell’atteggiamento – psicologico e materiale ad un tempo - di forza, di rigore, di decisione, di durezza e anche di aggressività che deve, di necessità, compenetrarsi con quello, forse più coraggiosamente istintuale, pulsionale ed affettivo, tipico del femminile. Ma se questo carattere non viene sviluppato o viene negato, si nega anche il maschile perdendo di vista quell’armonica composizione dei diversi caratteri che solo conduce all’armonia: quell’armonia che è propria di una personalità equilibrata.
La personalità disarmonica – nello specifico privata della componente maschile – tende compensativamente a snaturare il carattere femminile dominante, unendo ad esso in maniera grottesca ed impropria quello maschile. Si ha così, ad esempio, una istintitività aggressiva o una passionalità violenta che troppo spesso tende a degenerare in un rifiuto totale di ogni regola e legge, in nome di una assoluta priorità dell’affettivo, qualunque sia il suo oggetto. Parimenti si va nella direzione di costruire una classe di uomini imbelli e deresponsabilizzati, incapaci di posizioni nette e precise: una sorta di caricatura di ciò che dovrebbe essere un uomo.
Il risultato complessivo è quello di una società profondamente malata nel suo intimo, in quanto incapace di trovare in sé l’equilibrio necessario a svilupparsi positivamente. Un equilibrio in cui le diversità materiali siano illuminati dalla Luce Unificante dello Spirito in quella dimensione di totalità che è il termine ultimo a cui uomini e donne insieme devono pervenire al termine del cammino della loro esistenza. Bisogna, dunque, con coraggio ripensare al ruolo maschile, restituendo ad esso molto di quanto gli è stato tolto, a patto però che il nuovo padre sia pronto ad assumere le conseguenti responsabilità in vista di una società più giusta e di un uomo degno di questo nome. Ma l’analogo si può dire per il femminile e il materno, entrambi congiunti, dall’origine, per completare ogni giorno, nella loro armonia, l’armonia della creazione.