Venerdì, 03 Dicembre 2021

Donna emancipata e gestione del potere

Domenica 3-Ottobre-2004 

Innanzi tutto un saluto a tutti coloro che visitano questo sito.
Ho 52 anni, ne ho trascorsi 25 esercitando la professione di Neurologo ed in quest’arco di tempo ho assistito all’evoluzione sociale della donna. Ho vissuto in prima persona anche il ’68, perciò posso affermare che la lotta femminista per la parità dei diritti col maschio sia stata sacrosantamente giusta.
Ritengo, tuttavia, che l’obbiettivo sia stato impropriamente raggiunto e successivamente trasceso. La donna oggi ha molto potere ma non è in grado di gestirlo perché è ancora molto insicura; lo dimostrano l’atteggiamento ed il comportamento contraddittorio che qualsiasi buon osservatore può notare; lo si legge anche nei rotocalchi e lo si osserva persino in televisione.
Personalmente ritengo che ciò sia dovuto al fatto che, per gestire correttamente il potere, bisogna esserne preparati. L’evoluzione femminista è avvenuta in un lasso di tempo troppo breve, se paragonato a tutti i secoli in cui la donna è stata sottomessa all’egemonia del maschio. Il fenomeno ha la stessa dinamica di ciò che accadrebbe ad un essere umano che digiuna da molto tempo: se si trovasse all’improvviso di fronte ad una tavola imbandita ben difficilmente riuscirebbe a mantenere il controllo della propria voracità e finirebbe col fare indigestione.
Il femminismo ha sempre criticato aspramente il comportamento del maschio e, all’origine, la lotta per la parità dei diritti aveva lo scopo di correggere questi difetti…che ora la donna commette a sua volta quotidianamente. Quali sono, quindi, i benefici di questa rivoluzione? A me pare sia solamente passata di mano la capacità di commettere gli stessi errori, forse con qualche lato negativo in più: non dimentichiamo che la donna è biologicamente più emotiva e meno razionale del maschio (la ricerca lo ha dimostrato) e le scelte emotive possono incrementarne il margine di errore. Non è un caso che siano proprio le donne, statistiche alla mano, le maggiori frequentatrici di Psicologi e Psichiatri, nonché le maggiori consumatrici di psicofarmaci (l’Italia è fra i primi posti nel mondo per detto consumo). Per non parlare, poi, del mercato supportato dai ‘mass-media’: la stragrande maggioranza di spot pubblicitari è indirizzato alle donne in termini più o meno palesemente adulatori, perché la donna è più propensa a spendere e questo “fa bene” al mercato. Con un supporto psicologico di tal genere (non dimentichiamo la potenza della persuasione occulta dei ‘mass-media’) la donna si sente (o s’illude di sentirsi) più forte. E’ ben difficile per il maschio, di fronte ad un tale “sabotaggio sociale”, poter recuperare quel tanto che basta per stabilire il vero equilibrio con l’altro sesso. E’ più che naturale, quindi, che il maschio tenda ad allontanarsi sempre di più dalla femmina a causa della conflittualità ideologica che si è venuta a creare e che venga tacciato come “codardo”, “debole”, “immaturo”, ecc. (tutti stereotipi che oggi si sentono e si leggono fino alla nausea). In realtà, a mio avviso, la spiegazione è più semplice: poiché il maschio è primariamente razionale, trovandosi disorientato di fronte al comportamento della “nuova femmina”, per evitare le tensioni e le frustrazioni che possono scaturire dall’inevitabile conflitto, tende ad ignorarla affettivamente…e la donna non sopporta di essere ignorata, soprattutto affettivamente: è da qui che nascono le reazioni aggressivo/“biliose” che si osservano spesso nelle neo-femministe, soprattutto quelle metropolitane. Può anche capitare che un maschio assuma un atteggiamento di odio irrazionale nei confronti di una donna, giungendo talvolta ad assumere un comportamento persino isterico (emulazione reattiva?); questo fenomeno psicopatologico è tipico di un carattere debole ed ambivalente, frequentemente indotto dall’apporto educativo delle madri (quindi donne), che sembra essere in preoccupante aumento, complicando ancora di più il delicato e precario equilibrio maschio-femmina…Ci vorrà del tempo per raggiungere un punto di equilibrio e, personalmente, ritengo che la “conditio sine qua non” sia che l’universo femminile si accorga degli errori che sta commettendo e, con un po’ di modestia (una volta tanto) riveda intelligentemente (“intelligere” = capacità di capire) alcune posizioni errate.

Claudio Lazzari

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Caro Claudio

le tue considerazioni sugli esiti della c.d. rivoluzione femminista, ci sembrano acute e condivisibili. Non siamo invece in sintonia sulla premessa e sulla soluzione. Sgombriamo subito il campo da un possibile equivoco. La parità di diritti (e di doveri) ci trova, in quanto tale, pienamente consenzienti. Non è con la limitazione della libertà di diventare ciò che si vuole che si risolvono i problemi. Riteniamo però che il problema sia altro da una semplice accelerazione troppo brusca nella rivendicazione dei diritti delle donne. Se così fosse, basterebbe lasciar trascorrere un po’ di tempo e le cose andrebbero a posto da sole.
Noi pensiamo che il femminismo sia nato e si sia sviluppato su istanze diverse, all’apparenza contraddittorie ma coerenti su un punto di fondo. Da una parte l’ansia di dimostrare di essere come i maschi, di poter fare le loro stesse cose, anzi di farle meglio. Dall’altra la rivendicazione della “diversità” femminile, che però, invece di reclamare pari dignità colla “diversità” maschile nell’ambito di una necessaria ( a nostro parere) complementarietà dei generi, ha creduto spesso di identificare nel maschile la fonte e l’origine di ogni male e quindi ha finito per ritenersi eticamente e moralmente superiore, in breve migliore. Da qui a pensarsi superiori anche intellettualmente e trasformare l’intero genere maschile nel nemico al quale si richiede di rinnegare sé stesso il passo è breve, e spesso è stato compiuto.
Detto questo, non crediamo che il femminismo sia potuto diventare quel che è, se non si fossero realizzate condizioni storiche, sociali e culturali che sarebbe sbagliato attribuire alle donne.
Sono stati gli uomini, detentori del potere politico, culturale ed economico, a promuovere e teorizzare fin dal tempo di Lutero, la secolarizzazione della società, ossia “l’espulsione dell’esperienza religiosa e del sacro dalla vita quotidiana”, processo durato alcuni secoli ma che si è rivelato fatale per il maschio.
Fatale perché ha prodotto la rinuncia del maschio/padre alla tradizionale funzione di rappresentante in terra (nella famiglia e nella società) del Padre divino, al progressivo trasferimento alla donna/madre dei ruoli educativi, e quindi alla “perdita della trasmissione dell’identità maschile, e dunque della stessa maschilità sul piano psicologico e simbolico” (Risè, Il Padre l’assente inaccettabile). Fatale perché la società secolarizzata slitta necessariamente verso una concezione utilitaristica della vita e l’uomo/padre, illudendosi che fosse la cosa più importante, si è attribuito sempre di più un ruolo eminentemente economico, di produttore della ricchezza materiale. Cosa di cui paga oggi pesanti conseguenze in termini di perdita di importanza e prestigio agli occhi della società, allorché dal denaro ci si sposti sul terreno delle relazioni umane, come le vicende dell’affido quasi esclusivo alla madre dei figli nelle separazioni stanno a dimostrare.
Fatale infine, per concludere questa brevissima e insufficiente rassegna delle responsabilità maschili, perché la società dei consumi, secolarizzata e materialista, è centrata sul concetto di “scarsità” e sulla soddisfazione dei bisogni materiali, “orientamento regressivo, perché rimanda ad una esigenza psicologica della prima infanzia” ad a cui presiede psichicamente la madre.
Logico, in questo scenario, che valori e visioni del mondo prettamente femminil/materni finiscano dapprima per essere percepiti come superiori (anche dagli stessi uomini), e poi per affermarsi anche concretamente.
Da qui, quella che a noi pare l’insufficienza della soluzione che tu auspichi. L’universo femminile potrà, con le sue sole forze, rendersi forse conto di alcuni eccessi di superficie, ma sta principalmente all’universo maschile agire su più direzioni. Prima di tutto su sé stesso, elaborando autonomamente nel fuoco della vita reale (e non in modo intellettualistico) , un modello di virilità/paternità profondamente diverso sia da quello “machista” prevalso negli ultimi secoli in Occidente, sia da quello edulcorato e buonista proposto dal “politicamente corretto” oggi in voga, promosso e sposato come proprio orizzonte “politico” da tanta parte del mondo femminile. Entrambi questi “modelli” costituiscono una negazione dell’identità maschile profonda, e finiscono col generare uno stato di intima insoddisfazione , ancorché non esattamente percepita, sia negli uomini che nelle donne. Il motivo è semplice. La perdita d’identità di un genere produce necessariamente uno squilibrio anche nell’altro, costretto a collocarsi in ambiti che gli sono caratterialmente estranei, anche se apparentemente gratificanti.
Se, dunque, è la perdita dell’esperienza del Sacro l’origine del processo di indebolimento dell’identità maschile (ma non solo), nel suo recupero sta la chiave di volta della sua rinascita. Sul piano personale perché, ponendo la verità fuori da sé, o meglio più in alto di sé e quindi mai interamente conoscibile, inibisce il senso di onnipotenza. Il machismo, ma anche il buonismo con la sua pretesa di “regolamentare” il maschile in nome di una asserita “razionalità” che basta a sé stessa e che scade perciò nel moralismo, ne sono manifestazioni. La riscoperta del Sacro pone l’uomo lungo una linea verticale che dalla terra sale al cielo, lo costringe a pensare, ma soprattutto a ricercare sé stesso come una totalità fatta di materia e spirito, ed a trovare fuori da sé il proprio limite. Sul piano collettivo e transpersonale, poi, l’esperienza del Sacro produce quei simboli unicamente intorno ai quali si forma una comunità coesa (al contrario della società fondata su un contratto/mediazione fra interessi), nella quale ogni soggetto, ed ogni genere, trova “naturalmente” la sua collocazione. C. G. Jung sosteneva che la psicanalisi e le scienze psicologiche sono nate col mondo moderno per rimediare alla perdita di senso ed allo spaesamento prodotto dalla scomparsa dell’esperienza religiosa, nell’uomo antico tramite e mezzo di comunicazione fra coscio e inconscio.
In secondo luogo, sta ancora a noi maschi contrastare sul piano culturale (e legislativo), sia le concezioni che si fondano sul presupposto che “maschio” è sbagliato, e lo vorrebbero trasformare in una copia della femmina, sia quelle che considerano “maschile” e “femminile” come meri accidenti fisiologici e non riconoscono ai generi alcuna diversità sostanziale.

I maschiselvatici