Martedì, 15 Giugno 2021

Donna, madre, aborto: donne e aborto

Donne e aborto

Da: chili pepper <Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.>
Ho appena finito di leggere Donne che corrono con i lupi, e navigavo su internet per trovare dei siti sull’argomento, quando mi sono imbattuta sul Vostro sito.Ho letto il vostro comunicato stampa per i padri: la mia capacità di discernimento non ne coglie il senso.
Al di là dei toni usati tristemente maschilisti nel senso più negativo del termine (tutte queste donne che banalizzano un’esperienza traumatica come l’aborto, che attraversano una fase di zoccolaggine tra i 30 e 40 anni, che non dovrebbero separarsi perché sono senza altra possibilità….- ma chi sono?? Dove sono??? Come mai sono le vostre???), non capisco come debba essere formulata questa nuova legge e come debba essere applicata.
La realtà dell’aborto in questo paese, introdotto dalla nostra legge, è tutt’altro che facile o piacevole per una donna: è un percorso umiliante, lungo e difficile. Abbastanza lungo da permettere di tornare indietro e cambiare idea, abbastanza umiliante da far sentire una donna indegna del suo gesto, al di là delle sue motivazioni giuste o sbagliate che siano.
Ora mi sembra di capire – correggetemi se sbaglio - che la vostra intenzione sia di acconsentire all’aborto solo con il consenso di entrambi i “genitori”, altrimenti nisba!
Bene in questo caso mi piacerebbe sapere come determinare con certezza se l’uomo che acconsente all’aborto sia davvero il padre: mi sembra che nella stragrande maggioranza dei casi una donna – già disperata per la scelta fatta – si troverebbe ancora più disperata nel farsi accompagnare da un altro che reciti la parte del donatore di sperma. Non mi risulta che si possano in tempi così brevi eseguire delle analisi – tra l’altro immagino costosissime per le nostre casse - per la determinazione certa della paternità. I casi sono due: o darete un nuovo lavoro per gli uomini disposti a farsi comprare come finti padri – e nuove umiliazioni per le donne – o alimenterete nuovamente il mercato degli aborti clandestini.
Altra questione, supponendo di essere di fronte ad una donna che non ricorre a questo – per quanto plausibilissimo trattandosi di un momento di disperata determinazione quale la scelta di abortire – la donna, a questo punto, sarebbe obbligata dalla legge a portare a termine la gravidanza e poi affidare il figlio al padre. Ma come possibile??? E quando glielo dovrebbe dare??? Dopo averlo partorito e tenuto in grembo nove mesi??? Dopo averlo allattato per tre mesi almeno???? Ad una nno di età????? Scusate la mia inadeguatezza, ma non riesco a capire, e non riesco ad afferrare. Se un uomo ha questo desiderio di paternità perché non si batte per ottenere l’affido veloce dei bambini abbandonati negli ospedali??? Non sarebbe più semplice…infondo i figli non appartengono a nessuno, lo dite anche Voi ed io sono convinta che occorre che ci siano molte madri e molti padri nella società e non solo quelli biologici, per una equilibrata formazione degli individui.
Senza contare che poi la gravidanza per una donna è una esperienza interiormente ed esteriormente molto ma molto “ingombrante”: ho amiche che già al terzo mese hanno dovuto ricorrere alla maternità anticipata per problemi di salute. Ma anche nella normalità dei casi sarebbe concesso comunque il congedo per maternità dal datore di lavoro????? Come dovrebbe essere vissuta questa esperienza dalla donna? Sarebbe una incubatrice? Tralasciamo la violenza e la sofferenza in cui la si getta: mi sembra che non sia questa la vostra preoccupazione!
Non so se via sia una colpevole ipocrisia di fondo negli uomini, padri di famiglia, che chiedono il diritto di impedire l’aborto di una donna, o una triste mancanza di comprensione e incapacità di entrare in contatto con il femminile.
La maternità appartiene alle donne, e di questo ogni uomo selvatico che si rispetti, dovrebbe farsene una ragione. Forse sarebbe saggio accettare le differenze.
Trovo invece un’assurda presa di posizione che non ha radici con la realtà, e che ci siano firmatarie donne nella lista mi ferisce ancor di più.
Per una donna la maternità è una esperienza di crescita e di individuazione che non ha paragoni con nessun’altra: neppure con la morte delle persone care. E la maternità comincia da subito, appena inizia il concepimento: cambia non solo il sapore in bocca, il gonfiore dell’utero, il turgore del seno, ma anche il modo di vedere le cose e le persone. E’ come se si aprissero tutti i pori della pelle – no non solo gli occhi! - e tutto diventasse più nitido ed assumesse un altro colore: ciò che era incomprensibile o confuso diventa chiaro, nel bene o nel male. E’ in questa presa di coscienza e consapevolezza che va letta la scelta di una donna di abortire. E’ ovvio che non mi riferisco alle frange estreme di povertà o degrado: mi riferisco alle esperienza di coppie cosiddette normali.
L’uomo selvatico non dovrebbe battersi per avere una legge che gli dia il diritto di impedire l’aborto della sua compagna, ma deve cercare di entrare in contatto con l’ombra di quella compagna, facendole la domanda fondamentale: “perché non vuoi tenere il nostro bambino?”. Quello che ogni uomo dovrebbe fare – e soprattutto il selvatico – è di comprendere, non avere paura di quel che potrebbe rispondere alla sua fondamentale domanda.
Ed ancora sull’ipocrisia avrei da spendere due parole. L’esperienza di ognuno di noi, la realtà che ci circonda, di amici e parenti, ci restituisce che la stragrande maggioranze delle coppie tradiscono i propri partners. C’è da chiedersi che se ai mariti che si battono per questa campagna, capitasse per caso o per errore di mettere incinta un’amante incauta e se - nel caso – la obbligassero a mettere alla luce quel figlio e poi prendersene cura, portandoselo a casa dalla moglie. O ancora - per la serie chi è senza peccato scagli la prima pietra – se una moglie che tradisse il marito, rimanesse incinta dell’amante e glielo mettesse alla luce per poi lasciarglielo, come si comporterebbe il suo marito selvatico?
Ha senso quel che dite? Ve lo siete veramente chiesti nella realtà di tutti i giorni o parlate di un mondo che non esiste e non appartiene a quasi nessuno, tranne che allo 0,0001% dei casi?
Chissà se qualcuno dei maschi selvatici vuole dare una forma concreta alla vostra proposta, per fare un po’ di chiarezza?
Ciao a tutti
Cinzia Masnaghetti "Architetto"


Cara Cinzia,
vogliamo partire dalla tua bella descrizione della maternità che, dici, “comincia da subito, appena inizia il concepimento”, con i cambiamenti nel corpo e nella psiche. Un “processo d’individuazione” unico, fondamentale per una donna. Se la maternità inizia da subito ne discende che anche la vita del bambino inizia nello stesso istante, a prescindere da qualsiasi considerazione di ordine religioso. Un bambino in grembo alla madre non può dunque essere considerato un grumo di cellule. E’ una vita strettamente dipendente dal corpo che la ospita, ma altra e diversa da quella della madre. Lo sciagurato esperimento sull’utero artificiale, che non avremmo voluto vedere al pari degli uteri in affitto, inseminazioni eterologhe, concepimento senza fecondazione etc., sta li a dimostrarlo anche dal punto di vista scientifico, se mai ce ne fosse stato bisogno.
Se questo è vero, e lo abbiamo ricavato dalle tue stesse parole, non può esistere una signoria incondizionata di alcuno, nemmeno della madre, sulla vita e sulla morte del bambino che ospita. I contorcimenti verbali e gli equilibrismi delle varie leggi sull’aborto sono una chiara dimostrazione dell’esistenza di questo problema, che non può essere eluso.
Piaccia o no, il diritto del nascituro può collidere con quello della madre a disporre del suo corpo, e almeno in via di principio, il diritto a vivere non può essere subordinato a nessun altro. Qualsiasi legge che regolamenti l’aborto senza riconoscere questa verità induce appunto a pensare come legittima la “signoria” di cui dicevamo prima. D’altra parte nella storia dei maschi limiti a disporre del proprio corpo ci sono sempre stati, senza che questo abbia suscitato scandalo. Basti pensare alla coscrizione obbligatoria, e dovrai darci atto che il diritto di vivere è più importante di qualsiasi istanza statuale.
Su questo punto fondamentale siamo chiamati tutti a pronunciarsi senza ipocrisie, e senza eludere il problema anteponendo obiezioni sull’ attuabilità concreta di proposte come quella di Risè, di alcune delle quali siamo consapevoli, ma di cui non hai colto completamente il senso.
Non si tratta infatti di permettere l’aborto solo se entrambi i genitori sono consenzienti, ma di impedirlo se il padre si assume la responsabilità di accudire il figlio da solo, esentando per sempre la madre che non lo voglia. Gia oggi esiste una legge che consente il non riconoscimento del figlio da parte materna ed il suo affidamento ai servizi sociali. A maggior ragione ci sembra ragionevole la nostra proposta. Nessun pericolo quindi di finti padri o di umiliazioni della donna.
Sappiamo bene che su un tema come l’aborto esistono molte implicazioni, una delle quali è sicuramente il delicato rapporto che si instaura fra la madre ed il bambino dentro di lei, che nessuno meglio di una donna può conoscere . L’insistenza sulla traumaticità della scelta abortiva ne è prova, anche se l’esperienza di chi per professione ha avuto contatti con donne che hanno fatto quella scelta, dice che non sempre è vissuta come trauma; qualche volta anzi come liberazione da qualcosa di estraneo, frutto di un seme non proprio.
In ogni caso, l’argomento che poiché l’aborto è un trauma nessuno ha diritto di discutere la scelta della donna, ci sembra debole. Viene da chiedersi , infatti, come sia possibile che il sesso che si dice unico portatore del dono della vita e della sua continuità consideri più traumatico affidarla al padre, che ne è coautore, piuttosto che sopprimerla. Il fatto è che inconsciamente molte donne pensano di essere depositarie legittime del diritto di vita e di morte sui figli.
I miti dell’antichità ci raccontano questo lato oscuro del femminile, e la realtà dell’oggi lo conferma. Non è un caso che gli infanticidi siano prerogativa quasi esclusivamente materna.
La nostra proposta/appello però muove da , e vuole porre con forza, anche un altro problema: quello della funzione paterna e del suo riconoscimento come coautore della vita, che per noi si identifica strettamente col ruolo e la funzione maschile. Se infatti le donne giustamente rivendicano il diritto a non essere considerate mere incubatrici, altrettanto legittima è la rivendicazione maschile a non essere considerati meri donatori di sperma, come avviene con l’attuale legge che senza il consenso femminile vieta al padre anche il diritto di essere consultato.
Tu dici che il selvatico dovrebbe porre alla propria compagna la domanda fondamentale - “perché non vuoi tenere il nostro bambino?”- Siamo completamente d’accordo con te! Il maschio che non si pone il problema, o peggio fa pressione sulla sua donna per interrompere la gravidanza, è un maschio che tradisce il suo genere. E’ un non padre e quindi, nella nostra visione, un non maschio.
Cercare il contatto con l’ombra della sua compagna, costruire le condizioni per metterla in grado di affrontare la maternità, è compito dell’ uomo. Non quello però di accettare ogni decisione di lei, perché il figlio è di entrambi.
Se, nonostante tutto, la donna continuasse a rifiutarlo, la legge gli dovrebbe consentire il diritto/dovere di assumersi da solo le proprie responsabilità di padre. Non ci si lamenti altrimenti della scarsa rilevanza della figura paterna e dei tragici effetti sui figli e sulle stesse donne. Consentirai con noi che quando la legge ti considera ininfluente o ti prende in considerazione solo quando c’è da pagare (ci stiamo riferendo all’affidamento a senso unico dei figli nelle separazioni) , è più difficile arrivare a “sentire” la paternità.
Al termine della tua lettera poni infine il problema di cosa accadrebbe in caso di tradimento dell’ uno o l’altro coniuge. Forse ti sorprenderemo, ma siamo convinti che un selvatico che nonostante il tradimento ami ancora la propria compagna e sia disposto a perdonarla, debba anche essere generoso. E lo stesso ci aspettiamo dalla selvatica.
Altrimenti molto meglio una onesta separazione. Subordinare la continuazione di un rapporto alla soppressione di una vita ci sembra quanto di più meschino possa esistere, senza contare il fatto che quel rapporto sarebbe per sempre segnato da un’ombra oscura.
Siamo fuori dal mondo? Siamo troppo idealisti? Forse, ma l’idealismo è una caratteristica maschile, ed in ogni caso non siamo orientati al marketing, per cui rifiutiamo di considerare giusto un programma spazzatura solo perché guardato dalla maggioranza dei teleutenti.

I maschiselvatici