Lunedì, 17 Gennaio 2022

Donna, madre, aborto: il feto non è di nessuno

Il feto non è di nessuno

Mi chiamo Lucrezia , sono una giovane donna e sono felice di esserlo, nello stesso tempo ho molta stima degli uomini. Qualche volta certe reazioni mi sono incomprensibli , ma nessuno è perfetto e sono consapevole della faccia oscura della Luna. Quello che ci vuole, facile a dirsi, ma non a farsi, è il rispetto reciproco. Ho scoperto il vostro sito "per caso": mentre stavo compiendo una ricerca sul ruolo del padre nella legge sull'interruzione della gravidanza, ruolo inesistente, o meglio assolutamente irrilevante, come voi sapete, mi sono imbattuta nel documento per il padre, che ho citato e ho deciso di approfondire. Ho visto che il tema dell'aborto torna, spesso,nella posta. Conosco le diverse posizioni filosofico-giuridiche, dottrinarie, giurisprudenziali, credo, però, che occorra rispondere ad alcune domande: chi / cosa è l'essere umano concepito? Può essere oggetto di un diritto di proprietà da parte della donna -madre? Chi è più forte tra madre e figlio? quale è il senso di un ordinamento giuridico? In altre parole L'ordinamento è chiamato a proteggere i più innocenti ed indifesi o a consentire il soddisfacimento di desideri e capricci? E' giusta l'esclusione dell'uomo padre? Per quest'ultima questione, mi attengo alla saggezza dI Giustiniano:"Neque enim masculus ipse in se , neque foemina solum ad nativitatis propagaionem sufficiens est, sed sicut utrumque eorum coaptavit Deus ad generationis opus, ita etiam nos eamdem coaptavit aequalitatem". Nella trasmissione della vita la legge non è quella dell'autosufficienza, ma della reciproca dipendenza: un bimbo si concepisce in due ed in due si è chiamati a decidere ed aiutarlo a crescere: diversi, entrambi necessari e complementari. Si dice che gli uomini siano in crisi, non so se sia vero, non spetta a me esprimere questo giudizio, ho l'impressione che gli uomini e le donne concreti non se la passino troppo bene. Non so se siate appassionati del Signore degli anelli e vi ricordiate la storia degli ent nelle due torri. Ent ed entesse camminavano e vivevano insieme, ma i loro cuori svilupparono sentimenti troppo divergenti e alla fine si persero. Ecco, quello che temo che uomini e donne prendano due strade parallele destinate a non incrociarsi. Autorizzo la pubblicazione della e-mail.

Lucrezia



Cara Lucrezia, la tua frase d’esordio ci piace proprio. Essere contenti e orgogliosi della propria identità di genere e stimare quella altrui è uno splendido, e raro, programma. Anche nostro, come le tue domande e le tue riflessioni. Nell’epoca che trasforma ogni desiderio in “diritto”, è proprio il diritto fondamentale, quello di vivere, a essere considerato meno degli altri. Ci si indigna con qualche ragione contro i “signori della guerra” che in Africa e in Asia tengono in pugno i destini di intere popolazioni, ma non si esita ad attribuire ad un soggetto, la madre, il diritto esclusivo di vita o di morte sulla vita che contiene dentro di sé. Il concepito dipende in tutto dalla madre, è vero, ma non vi è identità fra i due. Per di più è la parte debole, quella che non può esprimere desideri e volontà. Anche noi pensiamo che la legge dovrebbe in qualche modo tutelare i più indifesi, ma ancora di più siamo convinti che il senso di protezione dovrebbe in primo luogo vivere dentro ognuno di noi, madri e padri. Si tocca qui un punto scottante, la scomparsa dal nostro orizzonte di vita dei concetti di dono e di limite, che a noi sembra in diretta relazione col tramonto del sacro e colla materializzazione di ogni aspetto dell’esistenza. Noi ci riferiamo alla natura e all’istinto come costitutivi dell’essere umano, ma natura e istinto non illuminati e collegati col trascendente che ne è presupposto, possono essere fonte, nell’uomo, di crudeltà e arbitrio regressivi, esattamente come la coscienza razionale che si creda autonoma da ogni vincolo. Ed a questo proposito, per i selvatici “l’Appello per il padre” non è tanto la rivendicazione di un diritto maschile/paterno (che pure è legittimo in quanto coautori della vita al pari della donna), quanto piuttosto la rivendicazione e l’assunzione del dovere di proteggere e favorire la vita, di cui il diritto diventa corollario e strumento Sembra strano che proprio nel tempo in cui uomini e donne sembrano destinati ad essere sempre più uguali ed interscambiabili, l’incontro vero sia così difficile. In realtà è proprio la perdita d’identità di genere che produce, nel concreto, la distanza. Favorisce il senso di autosufficienza e nega la complementarietà. Ma è solo una illusione al termine della quale uomini e donne si ritrovano più fragili, incerti, e soli, e proiettano sull’altro i propri fantasmi. Al contrario, è solo a partire da una identità di genere salda che si è in grado di conoscere e apprezzare quella altrui, riconoscendone la necessità per l’equilibrio complessivo della vita. Noi stiamo lavorando da anni, per quello che ci riguarda, a questo “progetto” e da tempo abbiamo chiaro che identità maschile e paterna (non necessariamente in senso biologico), coincidono. Senza l’una non si da l’altra. Per questo l’eliminazione del padre dalla scena della procreazione e dell’educazione dei figli, o la sua riduzione a mero fecondatore, significa la negazione del principio maschile in sé. Gli effetti drammatici per intere generazioni di giovani (ragazzi e ragazze), appaiono oggi evidenti, solo che li si voglia vedere.

I Maschiselvatici