Venerdì, 30 Settembre 2022

Il nonnismo in caserma

Spettabile redazione dei maschi selvatici,

in riferimento all'articolo di A.Ermini pubblicato sul sito e intitolato "la volgarità dei maschi in caserma", avrei qualcosa da aggiungere.Io ho prestato servizio militare nella metà degli anni '90 e posso dire (purtroppo) che in tale luogo non ho affatto trovato lealtà, correttezza e rispetto; bensì la "legge della giungla". Ovvero "il più forte sopravvive" e detta legge, sottomettendo e umiliando i suoi coetanei. Credo non ci sia bisogno che vi spieghi a cosa faccio riferimento: chiunque abbia prestato servizio militare - soprattutto in passato - lo sa..
Nelle caserme regna sia l'omertà che la logica dei "machi" e, francamente, non credo proprio che tutto ciò sia formativo e maschile. Non solo: fra i militari è anche diffuso un "non dichiarato" razzismo, giacché chiunque provenga da sotto Bologna viene catalogato, spesso e volentieri, un "terrone". E io che sono della provincia di Viterbo ve lo posso garantire con assoluta certezza.
Ora, io non so se sia stato sempre così oppure se in un certo momento storico vi sia stata una degenerazione, ma un fatto è certo: "quel servizio militare lì" serve a ben poco e molto spesso a niente. Viceversa se fosse fatto con serietà, se gli ufficiali, i sottufficiali, i cosiddetti anziani fossero realmente in grado di trasmettere i valori maschili, allora sì, sarei pienamente d'accordo.
Altrimenti molto meglio non farlo.
Riguardo alle donne soldato dico semplicemente che sono assolutamente contrario, non fosse altro per il fatto che la loro presenza è soltanto fonte di guai per gli uomini.

Claudio Massarelli

Caro Claudio,
anche altri visitatori del nostro sito ci hanno posto la questione. Ti rimandiamo alle risposte a quei messaggi (Febbraio 2003 e Gennaio 2004), per una conoscenza più precisa del nostro pensiero.
Qui vogliamo aggiungere che i problemi che tu poni sono reali, e che suscitano due domande.

1) E' giusto, per eliminare le degenerazioni che tu puntualmente indichi, eliminare il concetto stesso della leva? Oppure sarebbe meglio tentare di ridargli un senso, proprio a partire dalla trasmissione di quei valori maschili di cui anche tu senti acutamente la necessità? Il problema, non dimentichiamolo, va inquadrato in una situazione in cui i riti d'iniziazione maschile sono spariti, osteggiati da una concezione che li vede come espressione di maschilismo o al massimo come un retaggio del passato di cui non si sente più il bisogno. Eppure nei maschi la necessità dell'iniziazione rimane, ed in mancanza di una sua ritualizzazione, come accadeva nelle società antiche, ognuno cerca di arrangiarsi come può. La ricerca di situazioni in cui misurare sè stessi, come ad esempio le folli corse in auto o in moto, ne sono un chiaro indice. Inutile dire che senza una guida da parte di maschi adulti che canalizzino, diano senso a queste pulsioni istintuali senza rinnegarle, che educhino alla ricerca e all'accettazione del proprio limite ed al riconoscimento del valore dell'obbedienza, questa ricerca disordinata produce guai enormi.
Non è detto che i riti iniziatici debbano essere costituiti necessariamente dal servizio militare di leva (ci sono fra l'altro problemi di funzionalità su cui non abbiamo competenza per esprimerci); l'importante è che questi riti, socialmente codificati, esistano.
Proprio ciò che la società della Grande Madre non vuole, perchè sottrarrebbero i maschi alla sua presa consumistica che li vuole eterni infanti. Abolire la leva senza discutere di queste cose, rappresenta allora un ennesimo passo verso l' eliminazione di qualsiasi sapere maschile.
Inutile anche sottolineare che in tutto ciò, il servizio militare femminile è semplicemente un "non senso". Non solo non produce quei mirabolanti risultati di cui straparlano i nostri politici e che le alte gerarchie accettano per opportunismo (Abu Graib insegni), ma produce confusione e ulteriori distorsioni. Non lo diciamo perchè pregiudizialmente antifemminili, ma semplicemente perchè uomini e donne, nel loro sviluppo psichico, si confrontano con problematiche differenti. Le questioni a cui accennavamo prima (il coraggio fisico, il limite, l'obbedienza, il modo di donare sè stessi), sono declinati in modo diverso dai due generi, ed ognuno necessita di propri percorsi. Annullando tutto ciò si fa un cattivo servizio agli uomini e alle donne. Il sospetto è che, mascherata dietro gli stantii richiami alle pari opportunità, la volontà sia proprio questa.

2) La seconda domanda, di più ampia portata, è la seguente.
Nell'era della guerra tecnologica è, quello strettamente militare, il campo in cui i valori maschili più profondi possono davvero esprimersi?
Le guerre moderne condotte dai paesi "sviluppati" sono fatte prevalentemente di bombardamenti missilistici che non comportano rischi per la propria vita, il contatto col corpo dell'avversario è ridotto al minimo (e comunque mediato da armi personali anch'esse sempre più sofisticate). Quindi il nemico tende a sparire come persona in carne ed ossa e sangue con cui confrontarsi, per diventare un bersaglio a distanza, più o meno come in un videogame.
Dall'altro lato, in chi non possiede la teconologia militare moderna, si assiste all'estendersi della ferocia indiscriminata del terrorismo. Insomma, quando tutto è pianificato per massimizzare le perdite (anche civili) del nemico, annullando ogni possibile rischio per sè stessi, ed in cui la guerra è più cosa da ingegneri o da gangster mafiosi che da soldati, siamo ancora in un campo simbolicamente maschile?

I maschiselvatici