Venerdì, 30 Settembre 2022

Il padre: padri, parole e fatti

Padri, parole e fatti 

Non so nello specifico a chi rivolgermi per i ringraziamenti - probabilmente a tutto lo staff - per le foto pubblicate sulla pubblicità.
Più che leggere i commenti ho lasciata parlare la mia anima scorrendo quelle immagini.
Mi sono sentita violata, insultata nelle risposte della manager alle vostre lettere, e insultata -come donna- nelle foto pubblicitarie.
Vi ringrazio di averle pubblicate, mi hanno aperto orizzonti infiniti su i famosi - a me sempre poco conosciuti - messaggi subliminali.
Sono una donna separata da 8 anni con un figlio maschio dell'età di 12 anni. Ho 39 anni, sono terapista e da circa 11 anni leggo i libri di Bly, Risè...cercavo, attraverso le loro parole, di capire l'universo maschile, cercavo risposte a tanti perchè..., forse cercavo il modo di capire mio marito ma ancora adesso faccio molta fatica, ma ci provo...
Ho regalato al mio ex i libri di Risè, da lui molto apprezzati, letti, divorati...ma la parola è rimasta solo parola perchè poi al momento pratico ha fatto la cosa che più gli era congeniale: scappare.
Perchè le parole sono belle, ma quando si tratta di trascorrere giorni al capezzale del figlio malato o intrecciare quel famoso rapporto padre-figlio non solo nei momenti belli ma anche in quelli di cura ...bè allora la cosa si complica.
Ho inserito nella separazione tutto ciò che poteva favorire la più ampia frequentazione del padre con il figlio, nessun limite di tempo, anche tutti i giorni...ma sembra che questo faccia fare meno carriera.
E' un sostenitore dei libri, delle parole e dei concetti da voi esposti...eppure...si limita a incontri ogni due settimane pur vivendo a due kilometri di distanza. Ora nostro figlio è cresciuto e vedo che le cose si complicano con suo padre.
Io non sono un uomo...non posso insegnargli ad essere uomo.
Ho potuto trasmettere le qualità che possono avvicinare gli uomini alle donne, ma di fatto non ho il fallo... Se mi guardo allo specchio vedo una donna non un uomo.
La distanza "padre-figlio padre-figlia"... tutti noi la dobbiamo considerare come una perdita, come un grosso danno al genere umano.
E' come una nostalgia cresciuta su un ramo inaccessibile.
Vi ringrazio di alcuni spunti inseriti sul vostro sito (soprattutto la pubblicità). Li spiegherò come meglio posso a mio figlio.

Brunella.


Cara Brunella,
c’è poco da aggiungere alle cose che hai scritto con tanta passione e lucidità. Tanti, troppi, padri non immaginano quanto sono importanti per i figli e quale ferita derivi dalla loro assenza fisica o psicologica. Non riescono ad immaginarlo perché in questa società il padre non è previsto se non per portare a casa quanti più soldi possibile. Se conosci i lavori di Claudio Risè è inutile descrivere di nuovo le patologie di una società senza padre e i danni che provoca innanzi tutto nei figli, ma anche nelle donne caricate di responsabilità non solo troppo gravose, ma addirittura impossibili, come tu stessa rilevi. E non è che gli uomini stiano molto meglio, perché maschilità e paternità sono la stessa cosa, e quando i due aspetti vengono vissuti come scissi, ne deriva una una grave crisi identitaria del maschile.
Per noi maschi è doloroso, ma necessario, ammettere che siamo gli artefici della nostra crisi, da quando, per egoismo o cecità, abbiamo abdicato alle funzioni paterne. Non stiamo ovviamente parlando del “padre padrone”, chè anzi quella è una figura della fase discendente della parabola della paternità, tipica della società borghese in cui avevano già prevalso i lati oscuri e oppressivi del maschile, e di cui hanno parlato grandi scrittori come F. Kafka.
Il padre che ci preme è quello che unisce severità e amore, forza e tenerezza, ed il cui obbiettivo è “soltanto” quello di dare la direzione, di mettere i figli in condizione di diventare se stessi, di scoprire e seguire la propria vocazione.
Per essere padri così è necessario avere coscienza del proprio posto nel mondo, nelle relazioni familiari e nel succedersi delle generazioni. E’ proprio la coscienza del padre che la società moderna ha smarrito, e non è un caso che si marci, quasi con noncuranza, verso la fabbricazione artificiale della vita. Ci sembra infatti evidente il nesso fra l’allontanamento dai processi naturali e la negazione del padre come creatore, inziatore e custode della vita.
Anche le immagini pubblicitarie degradanti sono un sintomo del sadismo della società senza padre, che punta alla degradazione delle persone, di entrambi i sessi, per vendere gli oggetti.
Tuttavia non siamo del tutto pessimisti, perché alcuni segni di cambiamento si intravedono nel rinnovato interesse verso il padre, nel cinema come nella letteratura, ed ora anche nella politica. E’ di pochi giorni fa la notizia, ad esempio, che la Gran Bretagna si è data una nuova norma in fatto di fecondazione eterologa, che cancella l’anonimato del donatore. E’ molto importante sul piano simbolico prima ancora che su quello concreto, perché significa ammettere l’importanza delle origini e del nome paterno per la psiche del figlio. Una netta inversione di tendenza che lascia ben sperare per il futuro, soprattutto perché viene dal paese che più di ogni altro si era spinto in avanti nella negazione pratica e teorica del concetto di paternità. La società inizia a generare i propri anticorpi quando si avvicina al punto di non ritorno. E non può che essere così, perché del padre c’è enorme bisogno e struggente nostalgia, come già scriveva oltre dieci anni orsono D. Lenzen in Alla ricerca del padre. E Claudio Risè, in un recentissimo articolo, commentando questo racconto di una sua paziente: “Quando mio marito era via, di notte, prima uno poi l’altro i bambini arrivavano regolarmente nel mio letto……...E ricacciarli mi fa fatica. Anche perché, anche se non va bene, averli lì accanto è dolce, e caldo, se non scalciano troppo. Beh, quando mio marito è tornato, hanno fatto un giro di ricognizione. Poi visto che il papà era lì, lungo, disteso, pesante e addormentato, se ne sono andati. Senza tornare. E l’indomani non hanno fatto storie per alzarsi, vestirsi, uscire in tempo per la scuola. Senza che lui dicesse nulla. Taceva, li guardava. Ma c’era”, scrive: “ Il padre serve, semplicemente, a consentire che ogni cosa prenda il suo posto. A partire dal posto del padre si definisce l’ordine simbolico in cui si dispone il resto della famiglia. Si ri/costituisce un mondo familiare, un ritmo, orari, abitudini, regole, che sottraggono tutti gli altri all’angoscia di doverle reinventare ogni volta ……”
Se scriviamo queste cose, consapevoli di rinnovare un tuo dolore, cara Brunella, è per incitarti a non mollare, a continuare a stimolare il tuo ex-marito, a fargli capire che nessuna carriera, nessuna soddisfazione professionale può valere la perdita del rapporto con vostro figlio. Per il bene del bambino prima di tutto, ma alla lunga anche per quello del padre.
Se davvero i padri riprenderanno il loro posto, il merito sarà anche dell’intelligenza e della tenacia di donne come te, che hanno capito una cosa fondamentale. La donna non ha il fallo ed è bene che non immagini di averlo, per il semplice fatto che sa bene esprimere la sua forza in altro modo, così come l’uomo può esprimere la sua tenerezza senza trasformarsi in donna. L’incontro fra maschio e femmina, fecondo per loro e per i figli, è incontro di diversità, che tali devono rimanere.

I maschiselvatici

[24 febbraio 2005]