Sabato, 23 Ottobre 2021

Macchie di crescita-Manifesto per un giardino nomade - di Matteo Meschiari

I colori sono i veri abitanti dello spazio.(I.Klein)

Una definizione di giardino
Ogni discorso sui giardini deve partire da una considerazione: il giardino è una reazione al selvatico, ma è anche un modo per alloggiarlo, per riaccoglierlo umanizzandolo.
Un giardino lasciato a se stesso è un giudizio morale sull’individuo o sulla società che l’ha prodotto (e che non ha saputo curarlo). Questo giardino ha smarrito la propria funzione, oppure ne sta trovando un’altra. Ma quale?

Come reazione al selvatico, il giardino è un riflesso dell’uomo, della sua mente, del suo desiderio di ordine e di controllo sulla natura, della sua volontà di dominio estetico e ideologico su di sé e sugli altri. Eppure è anche un modo di creare un microclima per perdersi.

Reagire al selvatico significa estirparlo dal tessuto dell’abitare, oppure addomesticarlo nelle forme controllate del giardino. Il giardino è infatti un ricordo della vittoria dell’uomo sul selvatico (anche se esso conserva in sé il germe della devianza, del ritorno a uno stato fuori controllo).


Il Quarto spazio

Esistono giardini che non sono specchi della volontà di dominazione dell’uomo, oasi narcisistiche, esaltazioni estetizzanti del rapporto uomo-natura? E se esistono, in che rapporto stanno con l’uomo?

Nel tessuto abitato esistono quattro spazi. Il Primo è quello chiuso, deciso dalla griglia urbana (dimore, negozi, uffici). Il Secondo è aperto, ma il suo uso è limitato da regole (vie, piazze, parchi). Il Terzo è formato dagli spazi dismessi, aperti o chiusi: saranno prima o poi recuperati da una gestione regolata, oppure diventeranno luoghi di autogestione. Il Quarto spazio è lo spazio aperto senza alcuna utilità economica o sociale: privo di funzione, sfugge agli interessi di gestione dall’alto o dal basso. Non ha altro statuto se non quello di esserci.

Il Quarto spazio è inabitabile, è inaccessibile, è interstizio senza passaggio, è soglia senza un al di là. Selva dei possibili, stimola rêveries e agisce sul senso di esotismo. Nuovo paesaggio di rovine, è terreno di viaggi virtuali. Spazio rimosso per eccellenza, è il rimosso che si fa spazio. Si può tenerlo così com’è o si può rimuoverlo ancora di più.

Né luogo né non-luogo, né territorio né confine, né civitas né tribus, il Quarto spazio non si lascia imbrigliare in nessuna dialettica, non si lascia trasformare in giardino ordinato, o in accampamento, o in teatro, o in galleria d’arte. Impermeabile all’intellettuale e al clochard, all’architetto come allo squatter, è un significante senza significato.

Alcuni esempi: un antico cimitero smesso, rimasto imprigionato nel tessuto urbano più recente. L’area produttiva abbandonata, troppo costosa da riconvertire. Il quartiere traforato da un bom-bardamento e lasciato a se stesso da decenni. Il parco di una villa disabitata che resta invenduta per liti d’eredità. Le aree bloccate dagli stalli amministrativi e giudiziari. I cantieri eterni per fallimento o abusivismo. Le zone franche dimenticate dalle gestioni architettoniche. Gli spazi vuoti (ma inagibili) tra due immobili.

Il Quarto spazio è un limite, è un “non-oltre” per il corpo e per la mente. Di fronte ad esso ci si può fermare per aspettare qualco-sa, oppure lo si ignora e si scivola via. Massa mancante, il Quarto spazio rappresenta ciò che è informe, caotico, opaco. È cassa sonora in attesa di suono. Si può negarne la presenza, oppure in sua presenza si può immaginare, ascoltare, ricomincia-re a imparare.

Quando le migrazioni dei popoli cacciatori-raccoglitori incontra-vano un limite geografico, il cammino delle gambe si fermava. Allora era la mente a continuare il viaggio lungo sentieri più astratti. I più grandi siti di arte rupestre del pianeta si collocano non a caso in un cul-de-sac geografico, come per superare il limite con l’immaginazione. Il Quarto spazio è il cul-de-sac dell’abitare contemporaneo.

Il giardino è da sempre spazio-rifugio, spazio-bellezza, spazio-igiene sociale, spazio-controllo mentale. Prescrizione del gusto e del comportamento, alleviamento di alienazioni urbane, sorvegliante delle nostre solitudini, il giardino bandisce coraggio e paura, enigma e non-senso, fatica e rischio.

Di fianco (o assieme) ai giardini sicuri, il Quarto spazio ci aiuta a pensare una nuova specie di giardino, il giardino “insicuro”, che invece di confortare spinge a pensare, invece di svagare stimola a immaginare. Questo giardino non reprime il selvatico, ma lo include senza incorporarlo, lo contempla senza addomesticarlo.

Verso un giardino nomade

Chiediamoci: perché vogliamo un giardino per stare bene? Perché stiamo male. E perché continuiamo a stare male nonostante i giardini? Perché vogliamo un giardino per stare bene.

L’omologazione degli spazi ha rimosso dal quotidiano lo spazio sconosciuto, lo spazio in cui ci si perde, lo spazio del rischio, della fatica, della morte. Nel giardino non c’è pericolo di smarrirsi come accade nella natura selvaggia, perché il giardino è ancora il giardino dell’Eden, dove esorcizziamo le nostre paure di fronte al selvatico. Ma l’uomo ha un bisogno fisiologico e psicologico di queste cose, e continuare a rimuoverle può essere più pericoloso che ascoltarle.

Il giardino sta alla natura selvatica come il teatro alla vita. Di solito, costruendo i giardini, mettiamo in scena dei drammi pastorali o delle commedie di una notte di mezza estate. Ma perché non immaginare dei giardini-Macbeth, dei giardini-Enrico V, dei giardini-Re Lear? Possiamo studiare la regia di giardini ordinati come valletti, estrosi come feste mondane o pomeridiani come incontri di amanti, ma possiamo anche imma-ginare i giardini notturni delle grandi passioni.

L’omologazione degli spazi ci ha reso incapaci di ricontestualiz-zarci, di passare di luogo in luogo senza confonderci, di perdere un centro per ritrovarne un altro. Se il giardino continua ad assecondare questa spirale involutiva, come faremo ad uscire, a confrontarci con il fuori?

Il giardino non deve riflettere un’immagine di noi stessi che dice “sto bene”, “va tutto bene”. Forse il giardino deve essere un luogo di esilio (in senso etimologico) per uscire nell’aperto, per risanarci. Se siamo schizofrenici, se la realtà prende la forma dell’indecidibile, cosa facciamo? Prendiamo altri sedativi o non cerchiamo piuttosto di fare emergere il grumo oscuro che è in noi, come ci accade da sempre attraverso i sogni, i miti, i riti di passaggio, i racconti?

Il giardino può essere un grande gioco della sabbia, un test diagnostico a macchie, da tenere sotto gli occhi per esplorarci. O anche il giardino-labirinto: metafora del perdersi, ma itinerario di ricognizione del cosmo, affermazione del trovare. Invece conti-nuiamo a fare giardini per calmarci, per addormentarci, per riparare torti, per stendere un tappeto verde sui demoni del sottosuolo.

Forse c’è bisogno di un giardino che tradisca le nostre aspettati-ve di famigliarità e di dimora, che smonti quel sentimento di abitudine che rende invisibili gli oggetti e i volti proprio perché li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni. Questo giardino ci può insegnare a pensare, a guardare.

Invece di usarlo come un restauro della coscienza individuale e sociale, possiamo guardare il giardino come un pensiero visivo verso l’aperto, possiamo guardare a noi stessi di spalle affacciati verso l’ignoto.

Alcuni principi guida: giardino selvatico contro giardino dome-stico; giardino nomade contro giardino sedentario; giardino locale contro giardino globale; giardino sentito contro giardino fruito; giardino narrativo contro giardino prescrittivo; giardino orale contro giardino scritturale; giardino-sintassi contro giardino-grammatica; giardino-metonimia contro giardino-metafora; giardno-topologia contro giardino-topografia; giardino sostenuto contro giardino controllato; giardino innescato contro giardino pianificato; giardino composto contro giardino architettato.

Una definizione altra di giardino

Il giardino nomade è quello che dilata il Quarto spazio: bisogna passare dal controllo del selvatico al controllo selvatico.

Non si tratta di trapiantare lembi di natura selvaggia dentro sfere di cristallo. Bisogna adottare il selvatico come principio guida, come dinamica soggiacente, come movimento interno verso l’aperto.

Non abbiamo niente da imparare dai giardini storici o esotici. Sono tutti esempi di gestione ideologica dello spazio. È l’autogestione degli ecosistemi della natura selvatica che può raccontarci le storie di cui abbiamo bisogno.

Come esistono giardini che celebrano la vittoria dell’uomo sul selvatico, così possono esistere giardini che ricordano il selvatico come componente integrante della vita.

Macchie di crescita

Un giardino selvatico o nomade non è un giardino inselvatichito, abbandonato a se stesso, arruffato di rovi. Il giardino nomade è il selvatico che si fa immagine, è il selvatico che si racconta attraverso i tempi e le forme delle crescite vegetali.

Il selvatico non è disordine, è un ordine con forme diverse da quelle della cultura. Quando non è un concetto astratto e incontra lo spazio, può essere descritto come un sistema di macchie che crescono secondo configurazioni complesse. Il loro incontrarsi, il loro sovrapporsi, gli scorrimenti, le dilatazioni, i movimenti liberi e acentrici, le mutazioni di direzione, di densità, di ritmo, creano configurazioni che sono storie, intrecci di vicende, narrazioni.

Le macchie di crescita sono un modo per immaginare e descrive-re le dinamiche dei paesaggi terrestri, e rappresentano al tempo stesso l’essenza più profonda del selvatico. Per questo il pae-saggio dinamico è il modello metonimico del giardino nomade: il giardino nomade non è una scenografia statica, ma l’essenza stessa del paesaggio racchiusa in un’icona sensibile.


Il selvatico non è le macchie ma le variazioni tra le macchie, è il limite fluttuante degli spostamenti non gli spostamenti in sé. Come esiste il Quarto spazio nel paesaggio urbano, esiste anche una massa mancante in natura, una zona opaca, un reticolo di interstizi tra le macchie dei paesaggi. Né pieno né vuoto, né visibile né invisibile, il selvatico dei paesaggi è significato senza significante.

Alcuni esempi: le fluttuazioni di una lingua glaciale: mentre scende a valle può ritirarsi in rapporto al sostrato. La pietra tra due masse di muschio: non implica una connessione tra esse ma è condizione indispensabile del loro incontro futuro. Due laghi separati da una catena montuosa: non hanno alcuna relazione fisica ma possono costituire un segnale-guida per gli uccelli migratori. Il movimento doppio e sfasato di un lichene: cresce e contemporaneamente muore dall’interno seguendo fasi concentriche.

Di fronte alle macchie di un paesaggio possiamo concentrarci sui pieni o sui vuoti, sulle relazioni o sul variare delle relazioni, sulle strutture o sul dissiparsi delle strutture, e sul loro riconfigurarsi. Sono questi nomadismi della materia che riassumono l’essenza del selvatico e del giardino nomade.

Sulla configurazione a macchie dei paesaggi i popoli cacciatori-raccoglitori sovrapponevano una mappa mentale che serviva a situare il mondo interiore in rapporto al mondo esteriore, e a ricentrare il mondo esteriore in rapporto al mondo interiore. Questo era possibile perché nello spazio concreto (e nella mente) esistono zone abbastanza opache da lasciare spazio all’immaginazione.

Il giardino nomade coltiva in sé delle zone d’ombra per creare dubbi nella percezione. Non è facile osservarlo, non si organizza in una geometria elementare, non si lascia abbracciare dallo sguardo e non fornisce autostrade alla visione. Il giardino nomade chiede di essere esplorato scavando itinerari del corpo e dell’occhio.

Le zone opache del giardino nomade servono a creare dubbi nell’attribuzione del senso. Non è facile pensarlo, non basta sovrapporgli una semplice idea simbolica, una metafora, un’allegoria. Chiede invece di disegnare su di esso un’intera mappa di significati da riscoprire dentro di noi.

Comporre un giardino nomade

Per avere un giardino nomade bisogna rafforzare le zone opa-che. Per rafforzarle bisogna muoverle. Per muoverle bisogna che i centri, le direzioni e le densità delle macchie mutino in continuo.

Se un centro irradia direzioni di spostamento che organizzano la densità dello spazio, allora mutare i centri significa mutare il limite fluttuante delle relazioni tra le macchie. Le variazioni di colore, di forma e di volume mettono in movimento le zone opache.

Lo studio dei modi e dei tempi delle crescite vegetali può servire a sviluppare una scienza predittiva del giardino. Più che affidarsi a manutenzioni frequenti si può lavorare a una preparazione meticolosa delle macchie e delle loro crescite. Il giardino non è più una tavolozza o una scultura, ma un racconto in atto.

Nel giardino nomade i centri devono variare attraverso mutamen-ti di massa, forma e colore. Le direzioni devono variare secondo gli assi di spostamento propri alla natura della macchia o orien-tandoli attraverso corridoi, varchi, soglie. I confini tra le macchie devono variare oscillando tra visibile e invisibile, tra prima e dopo, tra vicino e lontano.

Bisogna immaginare un giardino dotato di almeno tre temporalità: quella delle variazioni da una stagione all’altra, quella delle variazioni da un anno all’altro, e quella che si estende su un arco di molti anni. Queste temporalità possono intrecciarsi in modo armonico o in contrasto tra loro: un mutamento stagionale può avere un effetto un certo anno mentre l’anno dopo può averne un altro, perché nel frattempo una crescita nuova può aver mutato la configurazione del mosaico vegetale.

In un tessuto vegetale uniforme possono emergere macchie stagionali, annuali, pluriennali, che a loro volta interagiscono tra loro secondo forme e tempi diversi. Alcune di esse possono essere assorbite da macchie più invadenti, altre possono intrecciarsi tra loro in modo equilibrato prima che una prevalga, altre possono assentarsi per riapparire in seguito.

Delle crescite si possono sfruttare vari effetti dinamici, come quello dell’incontro senza intreccio, dello scavalcamento, della sovrapposizione, della confusione, del riempimento progressivo, dell’espansione libera o condizionata (dal sostrato roccioso o terroso). Di ciascuna di queste azioni si può calcolare l’effetto, puntando su equilibrio e disequilibrio delle forme, delle masse, dei colori e dei tempi di crescita.

L’intervento umano nel giardino nomade è quello della scelta delle specie e la previsione della storia che queste potranno sviluppare. La loro configurazione iniziale e la configurazione del sostrato (anch’esso variabile nel tempo attraverso modificazioni geomorfologiche indotte) sono il canovaccio narrativo che verrà realizzato dalle crescite vegetali. Il giardino nomade nasce infatti dallo studio e dall’ “uso” di campi morfogenetici.

Alcuni racconti guida: la storia di due specie che si affrontano, le scaramucce temporanee, gli stalli, le incursioni, la battaglia finale; la colonizzazione progressiva di aree deserte da parte di specie pioniere, a cui seguono avanguardie più sicure, infine gli insediamenti stabili; l’occupazione di corridoi tra vegetali seden-tari, come passaggi di gruppi nomadi senza conflitti; la fine di una colonia per dispersione, il diradarsi malinconico, le rovine di una civiltà vegetale; la nascita di arcipelaghi vegetali distanti ma affini, come in un oceano di terra; la resa simbolica di storie geologiche, come l’arrivo della glaciazione, l’interramento di un lago, la nascita di una catena montuosa, la tettonica a placche; il giardino come una mappa vegetale in movimento.

Appendice verde

Il valore simbolico e terapeutico del verde ha radici fisiologiche. Il nostro occhio è più portato a percepire la gamma del verde piuttosto che quella del rosso e del blu. Colore primario del cercare e del nascondersi, del cibo come raccolta o come predazione, il verde è legato da sempre alle nostre dinamiche di orientamento nel mondo.

Nel comporre un giardino nomade, il verde deve sviluppare in modo simbolico queste radici profonde: giardino come nascondi-glio e come cerca, come agguato e come pascolo che evoca abbondanza, o come deserto di privazione che spinge a migrare altrove. Le variazioni tra le macchie, il passaggio tra verde e verde come indice di movimento, devono inscenare un’epopea del colore (e i suoi intrecci con la storia biologica).

Come esiste un giardino del riposo e del conforto, così c’è un modo di usare il verde che asseconda questo bisogno. Ma come esiste un giardino dell’agitarsi quieto del pensiero, così c’è un modo del verde che può instillare una sana inquietudine. Nei verdi esistono varianti insicure, confini incerti, tendenze insolite, che possono inoculare il dubbio e il movimento nel giardino più statico.

La semiotica del verde non dipende tanto dalla densità e dalla varietà cromatica, ma dai movimenti di masse e di forme vegetali: la morfogenesi delle macchie è la sintassi profonda del verde, ed è su questo dinamismo che s’innesta l’attribuzione di senso. Varietà e densità sono un esito, non un a priopri.

Solo in un giardino nomade (che si basa sullo spostamento dei centri di comprensione), il verde diventa “i verdi”. Come presso gli Inuit esistono decine di nomi per il bianco della neve in base a funzioni di orientamento e sopravvivenza nel paesaggio, così i verdi del giardino nomade devono trovare la loro funzione narrativa nello spazio.

Non più verde-Windsor, verde-Paolo Veronese, verde-bottiglia, verde-smeraldo, verde-vescica, verde-ossido di cromo, verde-cadmio. Ma verde-veloce, verde-largo, verde-ombra, verde-preludio, verde-caccia, verde-intreccio, verde-abisso, verde-isola, verde-paratassi, verde-rito, verde-perdersi...

Palermo, febbraio 2006

[02 marzo 2006]